CANNES 64 – “Oslo, 31. August”, di Joachim Trier (Un Certain Regard)

Ritratto contemporaneo di Oslo, nell’urlo soffocato di un giovane che prova a uscire dalla tossicodipendenza. Idealmente neoclassico, assolutamente moderno. Dal regista di Reprise

Il trentasettenne regista norvegese, dopo il successo di Reprise, film d’esordio del 2006, pluripremiato in vari festival, rilegge liberamente, in questa seconda opera, il romanzo “Fuoco Fatuo” di Pierre Drieu La Rochelle, da cui Luis Malle trasse ispirazione nel 1963. Ritratto contemporaneo di Oslo, nell’urlo soffocato di un giovane che prova a uscire dalla tossicodipendenza e a superare una profonda crisi esistenziale. Percorre la città alla ricerca di amici, parenti, conoscenti e i luoghi della memoria, della ripresa, del rilancio. È “pulito” da circa 10 mesi e gli viene concesso di lasciare la comunità di recupero per un giorno, tanto per cominciare progressivamente la reintegrazione, in attesa di concludere definitivamente la terapia, da qui a due settimane ancora. Un giorno intero per ritrovarsi, tenere a bada pensieri suicidi, scoprire quanto ancora può contare su se stesso e gli altri. È un incedere borderline quello del regista, che sembra riprendere il cammino interrotto in Reprise. Il giovane aspirante romanziere, ossessionato nevroticamente dalla letteratura, oggi è piombato nella psicosi, ma sta provando ad uscirne. Uscirne, lasciandosi confondere nella folla, immaginando la vita degli altri, montando mentalmente il proprio personale film nouvelle vogue. Entra ed esce dal suono/frastuono dei locali, sfiora corpi e divora anime, sempre sull’orlo del baratro. Nel preambolo, quasi anticamera dell’inferno di storie che si sovrappongono, svelando l’essenza del ricordo, si susseguono testimonianze, ricostruzioni di un passato, come in un filmino amatoriale, eco spirituale del malessere presente, divoratore di sguardi rubati, palpiti negati. Joachim Trier è sicuramente tra i registi più interessanti del Nord Europa. Sembrano evidenti richiami al cinema francese e verrebbe d’azzardare una certa sensibilità romeriana, dal cuore molto più tormentato. Come Rohmer, però anche Trier ama muoversi sulla soglia. Si china sul minimo, la favola nera, mai dando la sensazione di essere giunto al limite: i suoi confini sono sempre altri luoghi da scoprire, passaggi, transiti, sortita e ritorno. La fragilità del mondo si rivela in un sapere dissonante, spezza la falsa e aberrante totalità del reale, che si manifesta in una presunta e ingannevole bellezza puramente estetica e statuaria, per restituire ai nostri sensi la verità, come avere il “coraggio” di sbagliare ancora. L’approssimarsi della lontananza è per Trier sempre un movimento reciproco: l’immagine si avvicina a ciò che è lontano, ma ciò che è lontano si avvicina a noi. Come il cinema: idealmente neoclassico, assolutamente moderno, senza nessuna forzatura estetizzante. È una traduzione così diretta che al tramite del segno si sostituisce l’immediato dell’evidenza. Trier scopre così un nuovo universo di rapporti: l’uomo e la natura, l’individuo e la società. Quando cala la notte si fa anche un po’ più moralista, ma non per trovare la strada di un’eguaglianza o di una libertà astratte, ma per esaltare piuttosto l’eccezione, che solo la regola rende possibile, e, in qualche modo la diseguaglianza di ognuno davanti al destino, se non addirittura davanti alla salvezza. È questo un fuoco folle, capriccioso, spirito che non riesce a trovare nulla nelle cose intorno a lui, sfiora quegli oggetti che ordinatamente costellano la sua esistenza, si scontra con la vita affermando la necessità del suo contrario.

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