CANNES 64 – “The Day He Arrives”, di Hong Sang-soo (Un certain regard)

the day he arrives
Di fronte a questo cinema ronde, si ha la sensazione di ritrovarsi, dopo poco, nuovamente al punto di partenza, rinchiusi in unico, indistinto film labirinto, nonostante l’apparenza del suo divagare errante, delle sue traiettorie nouvelle vague, fatte di incontri casuali alla Truffaut, di magiche fughe amorose. Una libertà narrativa assoluta, di una freschezza leggera come il vento che fa girare la testa la sera. Ma che si ripiega su se stessa, film dopo film, in un’ineludibile impasse
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the day he arrivesIl cinema non si confonde con la vita. Il cinema si confonde, come la vita. Hong Sang-soo sembra ribadirlo a ogni istante, e ogni volta più forte, non solo mescolando a ripetizione i due piani, in un continuo esercizio metacinematografico ricalibrato film dopo film, ma anche rimodulando il racconto dell’uno e dell’altro, con minimi ma continui scarti che, se mandano all’aria la linearità narrativa del mondo, non ne mettono in crisi la sostanziale fermezza. Perché il tempo del cinema di Hong Sang-soo è un tempo assolutamente circolare, in cui i giorni si sfogliano come pagine di calendario, seguono le notti, ma si ripetono sempre uguali. Al punto che Night and Day potrebbe durare tutta la vita e Seongjun, il protagonista di The Day He Arrives, potrebbe ben rimanere a Seoul, senza ripartire mai. Oppure esser sempre sul punto di arrivare, come dice bene il titolo. Sempre il primo giorno in città, sempre lo stesso ristorante, lo stesso bar, le stesse meschinità, gli stessi errori, e poi volti, paure e desideri. Perché se il tempo è davvero circolare, nessun’esistenza ha senso di marcia e direzione, progressione o sviluppo, è destinata a rimanere chiusa in questa sorta di sogno leggero, una bolla che è davvero un cinema che continua a riprendere, rimontare e riproiettare all’infinito le sue immagini. Nel circolo può intervenire solo un minimo scarto, una dissonanza casuale, un brevissimo incontro per strada, un bacio rubato o rifiutato, un’inezia che sposti di pochi millimetri l’asse della rotazione, senza, però, riuscire ad aprire e scardinare il moto di rivoluzione, che comporta un estenuante ritorno sugli stessi luoghi, situazioni, al medesimo senso di perdita e di fallimento. Di fronte a questo cinema ronde, si ha la sensazione di ritrovarsi, dopo poco, nuovamente al punto di partenza, rinchiusi in unico, indistinto film labirinto, nonostante l’apparenza del suo divagare errante, delle sue traiettorie nouvelle vague, fatte di incontri casuali alla Truffaut, di magiche fughe amorose. Una libertà narrativa assoluta, di una freschezza leggera come il vento che fa girare la testa la sera. Ma che si ripiega su se stessa, film dopo film, in un’ineludibile impasse. Che non è creativa, perché il cinema di Hong Sang-soo è in continua, perfetta, martellante ridefinizione. Ma esistenziale. Un’impasse in cui gli uomini (prima ancora delle donne) sono costretti, incapaci di definire e ridare senso ai propri sentimenti e ai desideri, e per questo destinati a essere abbandonati da tutti gli altri satelliti che, a seconda della traiettoria, di tanto in tanto vi si accostano. Hong Sang-soo rifà lo stesso film, perché è la vita che si mostra come un unico film, in cui gli amori sbocciano e sfioriscono nell’arco di un attimo, eppure ritornano a tormentarci ogni volta, rievocandoci sempre quel volto (la stessa attrice per i due amori di Seongjun). E in cui il sogno della creazione, la nostra aspirazione è chiamata a naufragare di fronte all’evidenza dell’incomprensibilità dell’essenziale. Ecco. Hong Sang-soo ci fa sorridere e ci ubriaca. Ma ci lascia soli, con la nostra disperazione, stretti nella cornice immobile di una fotografia. L’unico spazio in cui è concesso camminare ancora.
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