CANNES 64 – “Wu xia”, di Peter Ho-sun Chan (Fuori concorso)

Peter Chan sfiora l’essenza stessa dello stile, del cinema che scopre tutti i suoi trucchi, necessari a ricreare la precaria verità di un mondo, del mondo.

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wu xiaCorpi volanti e fantastici, che combattono e muoiono per onore, sete di giustizia o redenzione. Oltre le leggi della fisica e della verosimiglianza, ma sempre dentro leggi naturali e spirituali invisibili eppur stringenti, il flusso irresistibile del karma. Probabilmente, nelle contraddizioni che lo caratterizzano, il wu xian pian è il genere che si adatta alla perfezione al cinema estetizzante, meraviglioso e lieve, ma al tempo stesso denso e viscerale di Peter Ho-sun Chan. Per questo l’omaggio, esplicito fin dal titolo, appare più che naturale. Ma il punto di partenza non coincide (quasi mai) con quello d’arrivo. E dal wu xia si arriva ad altro.

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Liu Jinxi è un umile operaio in una fabbrica di carta di un piccolo villaggio, abitato dal clan Liu. Ha una moglie e due bambini. Vita ordinata, senza pretese. Ma un giorno si fanno vivi due ciminali evasi, intenzionati a rapinare la fabbrica. Nonostante il terrore, Liu non può fare a meno d’intervenire e, fortuitamente, riesce ad avere la meglio. Viene acclamato come un eroe, ma Xu Baiji, l’incaricato dell’inchiesta, subito intuisce che la verità è un’altra. Liu Jinxi nasconde delle tecniche d’arti marziali straordinarie e un passato oscuro. A poco a poco, tutto viene a galla e si avvicina il momento della resa dei conti.

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Peter Chan sembra ripercorrere, volando e poi planando, tutta la storia del genere (e del cinema d’arti marziali): la violenza sanguigna dello sguardo materico del vecchio maestro Zhang Che (e, in effetti, quando Liu Jinxi paga il suo tributo, cos’è se non un altro One-Armed Swordsman?), i momenti di sospensione estatica e metafisica di King Hu, fino al ripensamento funzionale degli oggetti e alla sottrazione ironica di Jackie Chan. Ma, ben presto, si ha la sensazione di essere andati ben oltre i confini del wu xia, in verità già labilissimi (basti pensare all’ultimo straordinario Detective Dee di Tsui Hark, maestro che sembra affacciarsi a più riprese nell’orizzonte visivo e teorico di Peter Chan). Se le magiche evoluzioni dello sguardo di Chan non scalfivano la sostanziale integrità identitaria del musical in wu xiaPerhaps Love, qui il genere sembre esplodere in mille rivoli. Perché i combattimenti e i voli, magnificamenti disegnati dal genio ‘fisico’ di Donny Yen, si trasformano incessantemente in altro: tracce di poliziesco, western, di melodramma familiare tragiche e commoventi, intermezzi ironici. Il cinema, ancora una volta, si fa spettacolo continuo e totale di immagini che fluiscono da un tono all’altro, da un sentimento all’idea che esso nasconde. Il genere, sembra dire Chan, non esiste o, se esiste, si definisce proprio per la sua inafferabilità, la sua essenza mutevole di materia e spirito, concretezza e levità, magia e trucco. Come svela chiaramente il “detective” Takeshi Kaneshiro nella sua ricostruzione del combattimento tra Liu e gli evasi criminali (scena peraltro simile a quella in cui il monaco Andy Lau ricostruisce l’omicidio iniziale in Running on Karma di Johnnie To). I movimenti apparantementi impacciati di Donnie Yen si rivelano in tutta la loro complessità, riaffermando tutta la tecnica sottintesa alla leggerezza. E’ per questa strada che Peter Chan sfiora l’essenza stessa dello stile, del cinema che scopre tutti i suoi trucchi, necessari a ricreare la precaria verità di un mondo, del mondo. Sarà sempre un artificio, una ricostruzione a posteriori, un braccio mancante. Ma, in ogni caso, questo cinema sarà ancora in grado di toccare la sostanza di una riflessione morale sui limiti della giustizia e della compassione. E la complessa profondità dei cuori, di quelli vivi e reali, sospesi tra fede, tradimento, delusione, paura, perdono. Sarà ancora capace di aprirsi e ricontrarsi, come un grande cuore, che non smette di battere, neanche quando ci racconta la morte.

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