CANNES 65 – "Amour", di Michael Haneke (Concorso)

L’ultima volta che è stato presente a Cannes ha vinto la Palma d’Oro nel 2009 con Il nastro bianco. Da quel bianco e nero sepolcrale con le ombre della Grande Guerra in un film già sepolto, l’austriaco Michael Haneke mette in atto la sepoltura in Amour. Dove ormai anche la malattia diventa visione asettica, processo di progressivo logorio del corpo senza più nessuna possibilità di salvezza. Nell’inquadratura non c’è respiro, non filtra nulla e ciò è già evidente nel lungo dialogo a piano fisso tra padre e figlia dove l’uomo è ripreso di spalle o quello della madre sul letto. Non più gruppi ma ormai frammenti di famiglia in un interno, come nelle dinamiche madre-figlia di Il pianista, da dove ritorna proprio l’oggetto-residuo del pianoforte. Ancora un esercizio di tortura del suo cinema, non diretta come in Funny Games, ma più sottile e quindi anche per certi aspetti più inquietante. Georges e Anne sono una coppia anziana, persone di cultura e professori di musica in pensione. La loro figlia, anche lei musicista, vive all’estero. Un giorno accade qualcosa ad Anne e la loro vita non è più la stessa.

Le aperture iniziali di Amour (l’intimità dei due sull’autobus) vengono subito soffocate. Restano solo finestre dove il solo contatto è l’entrata di un piccione in casa. Poi entrano in gioco quelle sottili perfidie dove Haneke è sicuramente un maestro a mostrarle in cui il risentimento prende forma in maniera quasi naturale. Ma in questo cinema sulla malattia, non mostra mai di essere malato. Quindi i suoi segni di sofferenza, di dolore non li fa vedere perché non li ha. Restano solo gesti spogli, privati di qualunque carica di amore o di odio (o tutte e due le cose), come uno schiaffo, uno sputo. E una casa anche elegante che si barrica proprio come il cinema del cineasta austriaco, che apre una porta e poi ti chiude lì dentro senza più avere possibilità di uscire. Intanto il suo sguardo è già riuscito a spegnere Isabelle Huppert, al suo terzo film con lui dopo Il pianista e Il tempo dei lupi, sua marionetta ispiratrice che qui riesce a gettarla come normale volto nella folla tra il pubblico. Poi sembra esserci in atto un progressivo atto di eliminazione da parte sua del cinema francese che coinvolge tutte le generazioni, dalla Huppert stessa alla Binoche e ora Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva. Lei, da Hiroshima mon amour dove c’erano fiumi di memoria, relegata a ricordi su un album fotografico sfogliato come dall’oltretomba. Il cuscino diventa solo il segno visibile di una lapide dove si è sentita tutta la sua oppressiva presenza dall’alto, appena ai margini del fuori-campo ma pronta a scendere. Tutta una vita, quella così irregolare e accesa del cinema di Lelouch, viene cancellata di colpo. Restano un uomo, una donna ‘oggi’ dove però Trintignant non si è salvato. Avvertiamo altri grandi attori del cinema francese di non entrare in quella casa.

  • Michele Centini
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    Da questo articolo si evince la vostra politica di sguardo. Io non sono un ammiratore di Haneke, ma Das Weisse Band mi sembra di una purezza e di una precisione davvero sepolcrale come dite voi, (quasi fosse un sublime inno all'intolleranza emotiva? ma il film è quasi un noir dell'anima, un processo bergmaniano, un cinema "frontale" come disse il Pier Maria Bocchi su Cineforum). Dopo Das Weisse Band si attende un altro feroce apologo di Haneke sulle anime in pena.

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    Io invece considero Il nastro bianco uno dei film più sopravvalutati degli ultimi anni: manierista e sin troppo controllato nella forma bergmaniana, assai discutibile sulla tesi che propone (il futuro nazismo frutto della cultura repressiva dell'epoca: tesi facilmente smontabile sia in chiave di dialettica storica che antropologico-culturale), e nemmeno il miglior esempio di quel Cinema della Crudeltà di cui Haneke è riconosciuto maestro. Cmq è il classico film che Moretti fa vincere, quindi…

  • Michele Centini
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    Das Weisse Band funziona come pezzo di cinema a sé stante, anche senza considerare il contesto storico dell'avvento del nazismo, ma il film di Haneke va visto obbligatoriamente in originale, in tedesco con sottotitoli. E poi il b/n è dicotomia pura. Heneke riesce a non abbandonarsi né alla retorica dello shoah-movie, e riesce a non farsi ingabbiare dal suo proverbiale teatro della crudeltà. Aulico e implacabile.

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    Onestamente non ci trovo nulla di scandaloso nel giudicare negativamente Haneke, che è uno di quei registi che tende a dividere per il suo modo 'ontologico' di concepire il cinema, freddo, cerebrale teorematico. E, con tutto il rispetto, io l'ho visto in originale Il nastro bianco ma il suo stile 'aulico e implacabile' mi ha lasciato talmente indifferente da averlo scordato una settimana dopo

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    Hane Ke? a birra? ma che ve siete tagliati er cervello a scrive sti commenti? ontologico sarà lei, direbbe er buon Totò. Anime en pena, me fate pena! E poi Emiliani ce ha detto de sta lontano da sta roba, lui se nentende, de robacce. dateglie retta a spettato', ve risparmiate li sordi der biglietto. meglio du bire haneke!

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    Ma @Giggierbullo ce l'hai un blog? un sito? un profilo Facebook? ti leggerei volentieri mi diverti immensamente!

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    @Opinione: "comunque è il classico film che Moretti fa vincere".. Hai qualche altra affermazione qualunquistica da proporci? Moretti non è in una giuria monocratica, e comunque a Venezia, da presidente di giuria, "fece vincere" Monsoon Wedding (!).

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    Bé Moretti a venezia fece vincere quell'oscenità di Luce dei miei occhi premiando entrambi gli attori. Cara Lady Zsa Zsa i presidenti di giuria possono eccome influenzare gli altri, come fece Bertolucci per far vincere nel 1990 Cuore selvaggio. Di qualunquistico qui c'è solo il tuo intervento inutile e fuori luogo

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    Come volevasi dimostrare, Amour palma d'oro… e come ti sbagli?