CANNES 65 – “Elefante Blanco”, di Pablo Trapero (Un Certain Regard)

elefante blanco
Girato nella Ciudad Oculta, “bidonville” di Buenos Aires, e la prima parte, nella foresta amazzonica del Perù, due amici preti, Julian e Nicolàs sono uniti a combattere per una causa comune: portare a compimento l’Elefante Blanco, il più grande progetto ospedaliero del Sud America, mai terminato. Pablo Trapero questa volta, probabilmente, realizza la sua opera più ambiziosa e articolata, sia per gli “sforzi” geografici, che per le diverse tematiche 

Girato nella Ciudad Oculta, “bidonville” di Buenos Aires, e la prima parte, nella foresta amazzonica del Perù, due amici preti, Julian (Ricardo Darin, tra i più famosi attori argentini) e Nicolàs (Jérémie Renier, attore feticcio dei fratelli Dardenne), si ritrovano a combattere per una causa comune: portare a compimento l’Elefante Blanco, progetto ospedaliero tra i più grandi del Sud America, mai concluso da circa quaranta anni, e nello stesso tempo, portare avanti la missione umanitaria in una delle realtà più fatiscenti della città. A rendere tutto più complicato s’insinuano una grave malattia di Julian, i trafficanti di droga, la politica cieca e corrotta e Luciana (Martina Gusman, già attrice nei precedenti di Trapero, Nacido y Criado, Leonera e Carancho), giovane assistente sociale, della quale Nicolàs s’innamora. Pablo Trapero, racconta anche la vicenda vera di Padre Julian, ereditario dell’insegnamento di Padre Majeca, entrambi esponenti progressisti e scomodi della chiesa cattolica, accomunati da un tragico destino. Pablo Trapero resta sempre tra i registi argentini più attesi ai festival, vincitore nel 1999 con Mundo Grua, del premio della critica a Venezia, ha saputo spaziare nei vari generi cinematografici, contando sulle sue forze, attraverso la casa di produzione Matanza Film, da egli stesso fondata. Questa volta, probabilmente, realizza l’opera più ambiziosa e articolata. Non fosse altro per aver girato in due diverse locations, l’Amazzonia (per altro, forse la parte migliore del film) e la capitale argentina. Ma oltre allo sforzo geografico, c’è soprattutto la tentazione narrativa di abbondare nelle tematiche trattate, tutte più o meno ben contenute in un fulcro visivo senza impennate, ma comunque abilmente gestite.

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In più, ma questa sarebbe la riflessione più scontata, c’è quell’impostazione “gomorriana” dello spazio cunicolare, claustrofobico, a complicarre ulteriormente le cose. Peccato aver chiuso troppo rapidamente la parte più selvaggia dell’opera, perché Trapero dimostra di saperci fare, proprio quando prova a liberare lo sguardo, facendolo interagire con gli elementi naturali della giungla, in cui Padre Nicolàs, impegnato in un’altra missione umanitaria, è vittima di un’imboscata e si salva solo per miracolo. Trapero sembra proprio non riuscire a reggere il peso di un racconto strabordante di riferimenti e potenziali intrecci: ci pare ancora né rivolto verso l'aspro e il corrosivo cinema della Martel e neanche completamente verso il poetico sentimento di Burman, due altri fondamentali autori del cinema contemporaneo argentino. Trapero si mescola ma non si macchia, si confonde ma non si espande, resta confinato nel set, macinando il gusto della scoperta che tanto vorrebbe essere quella di avere nuovi occhi piuttosto che esplorare nuovi mondi. Trapero non colma, ma debolmente subisce, nascondendosi tra salti temporali, narrativi e spaziali ritualmente rassicuranti. La periferia doveva essere un'appendice, non un filtro della catena esistenziale, un incrocio estasiante. La periferia doveva essere una polveriera, un laboratorio di esperimenti e di riscatto per chi negozia sicurezza con la libertà. La periferia doveva essere una dimora, uno stato divoratore: non un limbo, un non-luogo desertificato e scorporante.  Bisognava scoprire che lo schermo protettivo, di sbarramento sarebbe saltato tra la metropoli e la sua realtà suburbana, rimpiazzato da un'infinita quanto inattaccabile, dissolvenza funerea in cui il cinema si sente e si subisce, sotto il peso di un colosso di cemento, l’Elefante Blanco. Tutto questo pare però che manchi, o quantomeno si affievolisca a lungo andare, lasciando macerie, polvere, rifiuti, corpi e qualche rammarico di troppo.          

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    Un commento

    • A me Trapero piace molto, sin da quando vidi a Terni un suo film chiamato El Bonarense. Peccato che in Italia i distributori lo snobbino, non arriva praticamente mai nessun suo film in sala