CANNES 65 – Incontro con Abbas Kiarostami

abbas kiarostamiIl regista iraniano torna in concorso a Cannes dopo due anni. E dall'Italia viaggia verso il Giappone, alla scoperta degli “inattesi risvolti di una nuova passionalità”. Kiarostami è stato accompagnato in conferenza stampa dagli interpreti Rin Takanashi, Tadashi Okuno, Ryo Kase e i produttori Kenzo Horikoshi e Marin Karmitz

abbas kiarostamiAbbas Kiarostami torna in concorso a Cannes dopo due anni. Il precedente Copia conforme aveva regalato a Juliette Binoche il premio per la miglior interpretazione femminile. Ora con Like Someone in Love si viaggia verso il Giappone (come già aveva fatto Naderi), alla scoperta degli “inattesi risvolti di una nuova passionalità”. Kiarostami è stato accompagnato in conferenza stampa dagli interpreti Rin Takanashi, Tadashi Okuno, Ryo Kase (già visto in L’amore che resta di Gus Van Sant) e i produttori Kenzo Horikoshi e Marin Karmitz.

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Con questo film, lei compie un altro spostamento geografico, dopo Copia conforme. Lì c’era l’Italia, qui il Giappone. Possiamo dire che questo spostamento geografico si traduce in un cambiamento, risponde a nuove motivazioni psicologiche, a un rinnovamento del vostro immaginario?

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In questi ultimi anni sono dovuto andare altrove. Per forza di cose, per motivi che molti possono immaginare. Quindi potrei dire che questo spostamento geografico ha avuto delle conseguenze di carattere psicologico. In ogni caso, sicuramente ci sono state conseguenze, difficoltà concrete, materiali, problemi di lavorazione. Ma la caratteritica del cinema è proprio quella di trovare per ogni problema una soluzione, molto spesso inattesa. Al mio entourage dicevo da anni, come una sorta di scherzo, che volevo fare un film in Giappone. Quello scherzo è diventato realtà. Questo fim, credo, è la prova che c’è una condizione umana unica, che sorpassa le barriere e le distanze.

 

Qual è il suo rapporto con il cinema giapponese?

Credo di dover distinguere due aspetti. C’è in cinema che ho potuto ammirare da giovane alla cinemateca di Teheran. Ad esempio, ricordo una retrospettiva di Ozu, una delle esperienze fondamentali della mia vita, ancor prima che potessi immaginare di fare il regista. E oggi vedendo confrontando i miei film ai suoi, ci si può rendere conto di quanto la mia visione sia stata influenzata dal suo cinema. Diverso, invece, è il discorso per il cinema contemporaneo. Ho visto molti DVD di film giapponesi recenti, soprattutto per trovare gli attori adatti al mio progetto. E devo confessare che sono stato spesso sul punto di lasciar perdere. Non ho riconosciuto lo spirito giapponese, ma ho visto, quasi sempre, una pallida imitazione del cinema hollywoodiano. Mizoguchi, Kurosawa, Ozu oggi non esistono più oggi. Può darsi che non abbia visto i film giusti, ma ripeto, quello che ho visto mi ha deluso.

 

In questo film qual è il legame col vostro personale, con le vostre origini iraniane?

Non so bene se c’è un’iranità e come definirla. Sicuramente non posso dimenticare le mie origini, la mia cultura, ma devo cercare sempre una dimensione il più universale possibile, un confronto con l’altro. In questo caso ho dovuto rapportare la mia sensibilità a quella giapponese. E mi viene in particolare la delicatezza del signor Okuno. Se non avessi ritenuto possibile trovare un minimo comune denominatore tra le miei origini iraniane, gli interpreti giapponesi e voi spettatori occidentali, non mi sarei imbarcato in questa avventura. Del resto la materia del cinema è fatta dalla gioia e dal dolore degli esseri umani.

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