CANNES 65 – “Miss Lovely”, di Ashim Ahluwalia (Un certain regard)

miss lovelyNé i titoli di testa “psichedelici”, né gli iniziali, strepitosi spezzoni d'antan di cinema indiano di genere traggano in inganno: Miss Lovely è poco più che una facile, facilissima metafora sulla morte del cinema, sul suo essere rimpiazzato da supporti sempre più “disumani”, sulle sue occasioni mancate falciate via dalla Storia.

 

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Nel 1986, Sonu e Vicky sono due scalcagnati fratelli che realizzano filmacci nei bassifondi del sistema indiano – soprattutto horror alquanto artigianali graziati da procaci presenze femminili. Vicky è il “disgraziato”, e Sonu il “cuore tenero”, quello con la testa a posto. Quest'ultimo si profonde in un serio e caparbio lavorio ai fianchi nelle pieghe dell'industria per ritagliarsi la possibilità di girare un film romantico. Inseparabile da questa ambizione è quella di conquistare il cuore di Pinky – la quale, però, è implicata addirittura sentimentalmente con Vicky e le sue produzioni di bassa lega. Finirà in tragedia. Nel frattempo, il Video prende sempre più piede e di conseguenza il porno casalingo (onda che Vicky tenta invano di cavalcare) rimpiazza il cinema di genere con venature erotiche. Non c'è però film o video che tenga: è la disponibilità e pervasività astratta dello Spettacolo (incarnato dalla fatale Pinky – non senza una punta di misoginia) il vero e proprio cancro che tutto devasta e tutto distrugge. Davanti ad esso anche la tremenda furia vendicativa di Sonu (deluso da tutti e da tutto) si dovrà inchinare.

 

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Miss Lovely, in un primo momento, tenta di opporre alla fascinazione spettacolare del cinema di genere di quell'epoca uno sguardo “documentario” sulle tremende (e spesso squallide) dinamiche di quell'ambiente, dietro le quinte. E la cosa potrebbe anche avere un suo pallido interesse. Quando però fa propria e sposa l'ambizione di Sonu di “fare un film vero”, cominciano i problemi. La macchina da presa, che spesso ha l'aria di essere capitata lì per caso, si preoccupa sempre di più di suggerire verso dove vada la storia – direzione però dall'inizio sin troppo ovvia, oltre che inquinata da un discutibile cinismo alla “che volete farci, è tutto un magna-magna”. E il film rimane così prigioniero della propria esilità, della propria programmaticità, del suo piangere una morte del cinema accolta come un dato di fatto storico (consumatosi tra gli Ottanta e i Novanta), e rispetto al quale non si ipotizza nemmeno per un secondo l'ombra di una qualche reazione costruttiva.