CANNES 65 – “V tumane (In the fog)”, di Sergei Loznitsa (Concorso)

V tuname
Tre protagonisti, il martire, il giusto e il codardo, che intrecciano le loro storie di vita in tempo guerra. Tratto dal romanzo di Vasili Bykov, V tumane racconta l’occupazione nazista della Bielorussia, ma l’immagine delle carni dilaniate dalle battaglie risuona solo in lontananza, la guerra di Sergei Loznista si combatte nel vuoto esistenziale che fa sanguinare l’anima e la schiaccia a terra mandandola in frantumi

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in the fogUn urlo squarcia la camminata stanca di un gruppo di prigionieri in marcia verso la forca. Poi la voce viene a mancare, rimangono solo i lunghi silenzi, i respiri sempre più affannati e le parole appena sussurrate di chi si è dovuto arrendere alla guerra, portandone tutto il peso sopra le spalle. Sopravvivere senza speranza è più difficile della morte, è una punizione insopportabile per chi, come Sushenya, è stato messo in trappola da un crudele scherzo della guerra. E chi si illude di poter resistere in realtà corre solo verso l’autodistruzione, come Burov che ha tradito se stesso, o come Voitik che ha cercato inutilmente salvezza nell’immagine distorta del suo senso di giustizia. Non rimane altro allora che lasciare la propria casa ed incamminarsi nella foresta incontro ad una pallottola, perché, come dice Sushenya, il futuro è un paesaggio cancellato dalla guerra e non c’è più nulla per cui vale la pena lottare se anche il vicino di casa, se anche la propria moglie hanno smesso di credere in noi.
 
Tre protagonisti, il martire, il giusto e il codardo, che intrecciano le loro storie di vita in tempo guerra mentre vengono lentamente inghiottiti dalla nebbia, per infine scomparire in essa. Sushenya, il collaborazionista da giustiziare che in realtà non ha mai tradito, e Voitik e Burov, i partigiani che gli danno la caccia, sono carcerieri e prigionieri che continuano a scambiarsi i ruoli, ognuno chiuso nella propria solitudine, senza più orecchie per ascoltare e occhi per vedere il compagno di viaggio che gli cammina accanto. Ognuno a dover fare i conti da solo con la propria desolata sconfitta, ma tutti tremendamente umani nelle loro fragilità e nelle loro disperazioni di fronte ad una realtà che li ha depredati di ogni cosa, della dignità, del futuro, della vita, come i cadaveri senza più stivali lasciati a marcire nell’indifferenza della foresta.
 
in the fogTratto dal romanzo di Vasili Bykov, V tumane racconta l’occupazione nazista della Bielorussia, ma l’immagine delle carni dilaniate dalla guerra risuona solo in lontananza, nelle detonazioni fuori campo che rimbombano nel silenzio della foresta o dietro la porta chiusa di una casa tradita. Sì perché la guerra di Sergei Loznista non si combatte in un corpo a corpo di eserciti contrapposti, di partigiani contro tedeschi, ma in un vuoto esistenziale che fa sanguinare l’anima e la schiaccia a terra mandandola in frantumi.
 
In V tumane il cielo non viene mai inquadrato, l’unico sguardo che si proietta verso l’alto è l’immagine di un corvo che non vola, ma rimane immobile ad attendere posato su un ramo che oscura il cielo di potersi avventare sulle carni di tre morti che camminano senza avere più nessun posto dove andare. Nel rigore raggelante di V tumane, con i suoi colori spenti dalla disperazione, nella fissità grondante sangue dei suoi tempi dilatati, Loznista ascolta  da dietro le spalle dei suoi protagonisti il peso di quei passi che affondano sempre più nel terreno, quasi filmasse una lenta sepoltura di quei corpi feriti gravemente prima ancora di esser colpiti dai proiettili nemici. Corpi che, in attesa di sprofondare nella fanghiglia che si portano dentro, vagano in circolo, tra le immagini tombali di una foresta dove non esistono più nascondigli.

 

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