CANNES 66 – Incontro con Asghar Farhadi e il cast di "Le passé"

asghar farhadiArriva in concorso il nuovo film di Asghar Farhadi, autore di About Elly e del fortunato Una separazione, Orso d’oro a Berlino nel 2011. Le passé è un’altra storia di legami familiari e sentimentali complicati, di divorzi e ritorni impossibili. Ma stavolta lo sfondo cambia, non più l’Iran, con i suoi rigidi vincoli e codici, ma la Francia “cosmopolita”. A presentare il film alla stampa è il regista, accompagnato dal produttore Alexandre Mallet-Guy e dagli interpreti Ali Mosaffa, Bérénice Bejo, Tahar Rahim e Pauline Burlet.

 

La prima domanda riguarda il progetto, l’idea di base della storia. Si tratta di un soggetto concepito per l’Iran o è stato pensato specificamente per la Francia?

Senza dubbio l’intenzione di girare all’estero è un presupposto, perché il film narra la storia di un uomo che lascia l’Iran per raggiungere un paese lontano, dove aveva già vissuto in passato. Ma perché proprio Parigi? Le ragioni di questa scelta sono numerose e non sarei in grado di riassumerle brevemente.

 

E come è stata scelta questa casa, così strana, affascinante?

Avevo in mente una vecchia casa, che fosse nei pressi di una ferrovia, proprio per evocare il senso del passato. Credo che i binari, la stazione siano, al cinema, metafore del passaggio del tempo. È stata una ricerca molto lunga. Volevo evitare una casa che fosse al centro di Parigi, per non cadere nello stereotipo di una rappresentazione turistica della città.

 

E gli interpreti come si sono approcciati invece al film. In particolare gli attori francesi come hanno superato la barriera della lingua, per trovare la verità dei loro personaggi?

Tahar Rahim. Il metodo di Asghar Farhadi è molto particolare. Tutto è calcolato al millimetro, tutto è estremamente preciso. Si tratta di lavorare sulle sfumature, sulle ripetizioni e le differenze, ma per arrivare poi a una sensazione di libertà, fondata sui legami quasi familiari creati tra gli attori.

Bérénice Bejo. Con le prove abbiamo lavorato sui nostri personaggi e abbiamo imparato ad accettere la mediazione di un traduttore. Questa fase preliminare ci ha permesso di entrare in sintonia con il regista e con la storia, senza più farci avvertire alcuna barriera. Tante prove preliminari ci hanno dato la sensazione di aver girato cinquanta scene ancor prima di iniziare le riprese.

Pauline Burlet. Era essenziale creare dei legami molto forti tra gli attori, perché si parla di relazioni estremamente complicate, di sentimenti sfumati. Quindi erano necessarie molte prove e ripetizioni. E proprio questo lavoro ci ha permesso alla fine di liberarci completamente, di donare tutto quello che potevamo. È stata un’esperienza davvero eccezionale.

Ali Mosaffa. Io ero dall’altra parte della barriera. Ma posso parlare per tutti gli iraniani impegnati nel film. Ognuno ha dovuto confrontarsi con la lingua dell’altro e questo ha creato un senso di comunione straordinario, consentendoci di andare aldilà del linguaggio verbale.

 

le passéThierry Freamaux, nel presentare il festival, ha sottolineato come se adesso sia difficile stabilire la nazionalità di un film, tracciare confini, differenze. Il suo film sembra rispondere perfettamente a questa trasformazione. Cosa ne pensa?

La mia nazionalità è certa. Sono un iraniano, un regista iraniano. Anche se ho lavorato per lungo tempo altrove, la mia formazione cinematografica resta prettamente iraniana. E so che proprio quella formazione, quel modo in cui ho imparato a guardare le cose e a girare, mi accompagnerano dappertutto, in qualsiasi altro spazio geografico, in qualsiasi altro contesto. Per quello che riguarda la nazionalità di un film, è più difficile rispondere, perché credo sia impossibile imporre un’etichetta a un’opera d’arte. Probabilmente la nazionalità di un film consiste nel legame particolare che ogni spettatore, di qualsiasi parte del mondo, riesce a stabilire con quel film.

 

Il suo film è, ancora una volta lo sviluppo di una dramma familiare. Alla Ibsen…

 Buona parte della mia esperienza professionale si è svolta in teatro e, in effetti, Ibsen è uno dei miei autori prediletti. Potrei dire che la mia conoscenza del dramma e dei suoi meccanismi è di estrazione teatrale. Il perché parlo della famiglia, poi, dipende dal fatto che quello è il luogo di tutte le mie storie recenti. Credo che non ci sia un argomento più universale. Tutti abbiamo fatto esperienza, diretta o indiretta, della famiglia. Dunque, rappresenta già uno spazio comune tra me e lo spettatore e non ho bisogno di dire altro, raccontare il contesto in cui si svolge la storia. E poi trovo interessante questa contraddizione sottile: se la vita familiare, con il legame di gruppo che crea, rappresenta una delle forme più ancestrali di relazione umana, i rapporti di coppia presentano, invece, dei problemi e delle dinamiche sempre nuove e differenti.

 

Qual è la sua concezione del passato?

Una delle nostre ossessioni è di liberarci dal passato. Viviamo sempre in fuga in avanti, cercando di occultare ciò che è stato. Ma è un tentativo vano. Il passato pesa sempre di più, nella misura in cui il tempo va scorre. Ma quando ho iniziato a riflettere sulla sceneggiatura, la prima riflessione che ho fatto è che, probabilmente, il passato non esiste. Esistono i nostri ricordi. Quindi il tempo passato prende forma sempre attraverso il filtro della nostra soggettività. E noi tendiamo a ricostruire gli avvenimenti in una forma più edulcorata rispetto alla realtà. Perciò c’è sempre una falsificazione, un’ombra. Il passato, in definitiva, non è più certo dell’avvenire.