CANNES 66 – “Muhammad Ali’s greatest fight”, di Stephen Frears (Fuori Concorso)


Frears sembra voler ragionare in maniera come sempre libera e istintiva anche e proprio sul veicolo, sul mezzo che sta utilizzando: sa bene che le apparizioni televisive, le interviste, i frammenti dei tg in cui compare, di Muhammad Ali sono gia’ di per se’ un’arma potentissima, una raccolta di intuizioni geniali. E il cineasta le manda in qualche modo a sbattere continuamente contro per sabotare puntualmente il cerimoniale polveroso della Giuria che deve giudicare la colpevolezza del pugile

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Questa nuova produzione televisiva tra le tante affrontate in carriera da Stephen Frears assomiglia ancora una volta ad una occasione conviviale, come spesso accade con le migliori sortite del suo cinema: il nuovo progetto di questo sornione cineasta sembra da subito un rinnovato set allegro, divertito, sereno, rilassato e condiviso. Christopher Plummer, Frank Langella, Danny Glover, un raro Barry Levinson davanti alla mdp, una vicenda di emblematica importanza per la storia politica e culturare degli Stati Uniti d’America, la grande e splendente esperienza di chi a tirare su l’impalcatura di una solida messinscena “da camera” (ricordare quantomeno il Fail Safe di una decina di anni fa, o il dittico dedicato a Tony Blair) ci ha passato una vita intera, e il match e’ vinto con un paio di veloci giochi di gambe e qualche finta imprevista di classe.

E pero’, anche se per portare a casa il risultato ai punti gli basterebbe soltanto il lavoro di fino effettuato sul ritmo, sulle interpretazioni, le luci e le ombre su tutti i personaggi e rispettivi volti, storie celate dietro lo sguardo, smorfie e sorrisi, Frears sembra voler ragionare in maniera come sempre libera e istintiva anche e proprio sul veicolo, sul mezzo che sta utilizzando: Muhammad Ali’s greatest fight contiene infatti una delle strutture piu’ esaltanti tra quelle viste negli ultimi anni per l’utilizzo del materiale di repertorio in una storia ricostruita. Frears sa bene che le apparizioni televisive, le interviste, i frammenti dei tg in cui compare, di Muhammad Ali sono gia’ di per se’ un’arma potentissima, una raccolta di intuizioni geniali dal punto di vista del linguaggio e del sovvertimento del messaggio compassato dei media. E il cineasta si riappropria di questi continui assalti politicoverbali raccontando Ali unicamente attraverso frammenti di archivio, immagini pubbliche, mandandole in qualche modo a sbattere continuamente contro per sabotare puntualmente il cerimoniale polveroso delle consultazioni della Giuria che deve decidere se confermare o meno la condanna al carcere per il pugile, colpevole di essersi rifiutato di partire soldato in Vietnam (il gesto gli costo’ d’ufficio il titolo di campione dei pesi massimi).

Frears lavora allora con grande mestiere su due livelli. Da un lato il film d’attori su questi otto giudici e rispettive blande macchinazioni per portare la decisione da una sponda o dall’altra – ovviamente, la vicenda personale di Ali diventera’ per questi uomini di legge soprattutto la maniera per esprimere un giudizio sulle violente contraddizioni dell’America nixoniana. In contemporanea, fuori dall’aula scorre proprio quell’America in protesta, attraverso il repertorio assemblato dal film, dominato dalle sortite di Ali. Una piccola lezione di messinscena etica da parte di un autore da sempre amante della sovversione pungente (come un’ape…).

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