CANNES 66 – “Nebraska”, di Alexander Payne (Concorso)

nebraskaCome sempre, il cinema di Payne si preoccupa di bilanci, vuol raccontare quei passaggi decisivi, che costringono a fare i conti con se stessi e illuminano di senso un’intera esistenza. Cinema matematico geometrico che ambisce a trovare la quadratura del cerchio, nascosta tra la superficie dell’entertainment e la profondità del sentimento, il divertimento e la commozione. Cinema old style, dunque. Ben aldilà dei riferimenti visivi anni ’70, come dimostra qui quel vecchio marchio Paramount, che preannuncia la scelta di un bianco e nero senza contrasti. E tutto ci appare perfettamente aderente alla constatazione di quanto lo sguardo di Payne sia “vecchio” (e sia detto senza giudizio), perché sempre concentrato sulle pieghe del passato dei suoi personaggi, siano essi uomini di mezza età o pensionati, hawaiani o amanti del vino. In funzione del racconto.

 

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Nebraska è mosso interamente dall’ossessione del vecchio Woody Grant, ostinato a raggiungere la città di Lincoln, per incassare un fantomatico milione di dollari, premio di un’improbabile lotteria pubblicitaria. Si mette in marcia da solo, a piedi, incurante delle lamentele ripetute della moglie Kate, donna concreta e dai modi spicci. Ma puntualmente viene riportato a casa dal figlio David, che copn santa rassegnazione si adatta al ruolo di badante. Anzi, per far contento il vecchio, decide di darsi malato al lavoro e di accompagnarlo in un auto in questo assurdo viaggio attraverso l’America profonda. Che diventa, naturlamente un viaggio nei ricordi e nei giorni andati, verso la cittadina della giovinezza, l’incontro/scontro con i parenti, i vecchi amici e i nemici. E al ripensamento dei rapporti. A David che gli chiede il perché di tutto questo affanno, Woody risponde, in uno dei rari momenti di lucidità, che, certo, lo fa per un camioncino nuovo, un altro compressore. Ma soprattutto per garantire qualcosa ai figli.

 

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Eppure in questo road movie che vuol esser da manuale, il racconto di un testamento a cuore aperto, qualcosa non funziona, congiura contro con la correttezza della formula. A mancare è proprio quello che vorrebbe essere il suo frondamento, la capacità di trovare la verità dei soggetti e dei rapporti. Al di fuori del gran personaggio di Woody, che, nella sua folle testardaggine, assomiglia a un Alvin Straight ubriacone e prossimo al rimbamimento, tutti gli altri personaggi stentano a uscire dalla monodimensionalità della caratterizzazione. Ogni dialogo, ogni scambio, ogni situazione, per quanto divertente, sembra limitarsi ad agire solo sul livello orizzontale della narrazione. E così anche il ritratto di quell’America profonda, vera protagonista del film (come rivendica già il titolo), non va oltre la maniera, il racconto di uno stereotipo ottuso. C’è un problema di scrittura, forse. Ma resta anche l’impressione che, nelle mani di un altro, questa storia avrebbe potuto regalare ben altre vibrazioni. Payne, come sempre, si limita all’essenziale, senza trovare mai l’affondo, la scena decisiva. Epperò indovina momenti di divertimento irresistibile e di pura nostalgia, anche grazie agli interpreti. E non finiremo mai di benedire dio, per aver ritrovato due magnifiche facce di schiaffi come Bruce Dern e Stacy Keach. Basterebbero solo loro per farci andare in Nebraska a piedi.