CANNES 66 – “Tore Tanzt (Nothing Bad Can Happen)”, di Katrin Gebbe (Un Certain Regard)

tore tanzt

Tore appartiene al gruppo di “Jesus Freaks”, un movimento punk cristiano ribelle all’ordine religioso costituito che insegue i precetti dell’amore. Tore e’ un uomo, che pero’ non vuole usare i mezzi dell’uomo per difendersi e farsi accettare. Subisce sevizie, intossicazioni alimentari, traumi fisici, segregazioni psicologiche. Unico film tedesco di questa edizione   

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Tore appartiene al gruppo di “Jesus Freaks”, un movimento punk cristiano ribelle all’ordine religioso costituito che insegue i precetti dell’amore insegnati da Gesù. Tore fa conoscenza di Benno e lo aiuta con un “miracolo” a rimettere in moto la sua macchina in panne. Si accampa con una tenda nel giardino di Benno divenendo praticamente membro della famiglia. Benno non resiste a mettere in discussione le convinzioni religiose di Tore, e comincia a torturarlo fisicamente e psicologicamente. Le umiliazioni continue e pesanti subite, metteranno a dura prova Tore, e la sua fiducia nel prossimo. Tore quindi nonostante i soprusi e le violenze ricevute, cerchera’ con il suo sacrificio di aprire gli occhi della figlia di Benno, vittima, tra l’altro, di “attenzioni particolari” da parte di quest’ultimo. L’unico film tedesco presente in questa edizione, fra tutte le sezioni del festival. Tratto da fatti realmente accaduti, che la stessa giovane regista ha estrapolato dai media del suo Paese. Ad immagini di assoluta brutalita’ visiva (la tortura e’ assai presente in questa edizione), rispondono derive poetiche, di rarefatta consistenza, quasi a stratificarsi com un certo cinema del Nord Europa. Tore e’ un uomo che pero’ non vuole usare i mezzi dell’uomo per difendersi e farsi accettare. Subisce sevizie, intossicazioni alimentari, traumi fisici, segregazioni psicologiche. Ma deve seguire la sua strada, del porgere fino in fondo l’altra guancia, sino a mettere a repentaglio la propria vita.

Opera che si interroga sulla schiavitù umana, la dipendenza mentale. Sembra seguire gli eventi con una cronologia perfetta, Katrin Gebbe, riservando all’ambientazione un ruolo decisivo per lo svolgimento della storia. Si comincia in primavera e si finisce in autunno, quando il vento e i colori plumbei piombano sui personaggi, sempre più in balia del fanatismo di opposte direzioni. La tragedia esposta e progressivamente sempre più incontrollabile, anti-estetesmi strutturali, trovano raccordi,con il Dogma danese e l’ossessiva esposizione del dolore di Haneke. Il cinema di Katrin Gebbe proprio queste linee espressive pare voler seguire, lasciando comunque un segnale interessante, almeno dal punto di vista di ricerca creativa. Anche se forse, a questo punto, sarebbe meglio seguire Pasolini di Salò e le 120 giornate di Sodoma.       

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