CANNES 66 – “Wakolda”, di Lucia Puenzo (Un Certain Regard)

wakoldaTerzo lungometraggio per la trentasettenne regista argentina, vincitrice nel 2007, con XXY, la sezione Semaine de la Critique”. Wokolda e’ una trasposizione di un suo romanzo omonimo, uscito nel 2011, a conferma che l’autrice continua a muoversi tra letteratura (ha scritto cinque romanzi) e cinema. Ambientato negli anni ’60. Un medico tedesco incontra una famiglia argentina nel deserto della Patagonia. Enzo, Eva e i loro tre figli vogliono aprire un hotel sul lago Nahuel Huapi. Il medico lentamente conquista la fiducia di Eva e della piccolo figlia Lilith (che vorrebbe aggiustare la sua bambola Wakolda), troppo piccolo per la sua eta’. Propone un trattamento medico con infiltrazioni dell’ormone della crescita da lui stesso scoperto e sperimentato. Il medico diventa così il primo cliente dell’Hotel, pagando sei mesi anticipate. Mai avrebbero potuto immaginare che si trattava del nazista Josef Mengele, ricercato in tutto il mondo dai servizi segreti internazionali ed in particolare dal Mossad israeliano. Il periodo che Mengel trascorre nella regione di Barilo che resta una dei piu’ misteriosi. Si nasconde sotto le mentite spoglie di un veterinario di provincia, ma nel frattempo lavora nel suo laboratorio segreto per trovare la formula scientifica, capace di creare la razza ariana, la perfezione biologica, punto cruciale al centro del pensiero nazista. I suoi pazienti preferiti sono le donne incinta, come Eva che aspetta due gemelli, e i bambini com presunti problemi di crescita , come Lilith.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

----------------------------------------------------------------

Lucia Puenzo sembra spinta ad interrogarsi sulle ragioni complesse che hanno spinto il governo argentino ad aprire le sue fronteire a tanti nazisti e sul perche’ tante famiglie argentine sono diventute complici di questi uomini. Tutto quindi sembra in continuita’ com i temi presenti nei suoi precedenti film (l’alro lungometraggio, The Fish Child, e’ stato presentato nel 2009 nella sezione Panorama del Festival di Berlino): la formazione dell’identita’ sessuale , sociale e della coscienza politica. Tutto questo creando un contrasto tra l’immensita’ dei paesaggi della Patagonia e i dettagli intimi del mondo interiore dei personaggi. E’ sicuramente riuscita l’operazione della regista, che dimostra ancora una volta qualita’ di scrittura elevate, non sempre magari trasposte visivamente con la stessa padronanza che esprime con la parola. Resta in fondo un bel film, importante, sdoganato in parte dalla tendenza típica dell’autrice a costruire quadri composti e ben definiti. Peccato non aver sfruttato ancora di piu’ la location, luogo di selvaggia sconfinatezza, che non conosce limiti, se non quelli del cielo e della terra.