CANNES 67 – Les Ponts de Sarajevo, di Autori Vari (Fuori Concorso)

Riflettere su Sarajevo per tornare a riflettere sul destino dell'Europa. Tornare a visitare i fantasmi della città culla e simbolo di ogni guerra novecentesca per tentare di illuminare il nostro presente: questo è l’intento de I Ponti di Sarajevo, film collettivo ideato da Jean-Michel Frodon e realizzato da tredici cineasti europei, sposando ognuno un punto di vista personale, senza apparenti link interni che li leghi (fatti salvi dei brevissimi inserti animati). Ma è proprio questa esibita libertà espressiva a rendere interessante quest'operazione non vincolata a una traccia fissa e per questo paradossalmente più vicina a raggiungere l'intento prefissato. La riflessione.

 

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Non si poteva non cominciare dall’attentato del 1914 (nel corto di Kamen Kalev), la morte di Francesco Ferdinando erede al trono d’Austria e Ungheria e la scintilla che fece incendiare le polveri del primo Conflitto Mondiale. Sarajevo e guerra, purtroppo, sono stati per lungo tempo sinonimi, ma qui non si tenta comunque un’indagine storica o politica sul terribile Novecento nei Balcani, bensì ci si limita a chiamare in causa le “persone” (noi compresi) per confrontare sguardi e ricordi privati. Fantasmi comuni come i tanti giovani italiani che mal tolleravano la guerra in difesa di una Nazione appena nata, dando il via al nostro difficile percorso di identificazione nazionale: Sarajevo diventa uno specchio perturbante che ci riflette nel corto di Leonardo Di Costanzo. Ecco: gli sguardi dei registi provenienti da ogni parte d’Europa tendono a declinare Sarajevo come utile specchio per un’analisi spettrale sull’Europa, come nel riuscito e ironico corto del romeno Cristi Puiu.

La memoria ritorna in immagine, pertanto. Spiccano i due straordinari contributi di Jean Luc Godard e Sergei Loznitsa: il primo continua il discorso sull’immagine (e sul linguaggio) come emersione delle nascoste Histoire(s), associando materiali d’archivio (di natura documentale e/o finzionale) per interrogarsi ancora sul ruolo dell’arte e sulle sue implicazioni con la guerra, sulla “tragedia dell’immagine” e sulle sue latenze, sulla possibilità di creare un “ponte” tra i due obiettivi (esteriore/materiale e interiore/spirituale) che è opera fatalmente irrisolta. Lo stesso ponte che, subito dopo, tenta Loznitsa nelle sue sovrimpressioni memoriali (immagini di soldati in guerra e immagini dell’attuale Sarajevo), dando tutto il tempo allo spettaore di metterle in relazione e formare “una” immagine che restituisca e salvaguardi la memoria. E non è un caso che molti cortometraggi abbiano dei bambini come protagonisti, persone nate negli anni ’90, vergini di quella memoria tragica che gli ha comunque segnati come eredità storica e culturale (Teresa Villaverde). Creare un ponte memoriale insomma, proprio come un immigrato in Italia che si rifiuta di tornare nella sua città ma la ricorda/immagina guardando un piccolo ponte romano (il contributo di Vincenzo Marra). Tra corti più riusciti e altri molto meno, la Sarajevo multietnica e perennemente in costruzione diventa comunque la perturbante e preziosa metafora di un'Europa che da secoli si rifiuta di crescere. E allora solo gli sguardi dei bambini possono restituire una speranza.

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