CANNES 67 – Mommy. Incontro con Xavier Dolan


Approda in concorso il giovanissimo mostro sacro Xavier Dolan con il suo Mommy, una storia a cui il cineasta pensava già dai tempi di J'ai tué ma mère per un eventuale film americano con attori USA, magari nello stile di Gus Van Sant, l'eroe che Dolan sente più vicino a sé, "per il suo utilizzo della forma libera e delle digressionI" 

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Approda finalmente in concorso, dopo essere passato da Cannes più volte nelle sezioni collaterali, il giovanissimo mostro sacro Xavier Dolan, con il suo Mommy. Un'ossessione per l'argomento "madre", già dai titoli dei suoi film, che l'autore ha spiegato alla stampa internazionale: 

Dolan: la relazione con mia madre mi ha ispirato soprattutto nel mio primo film, autobiografico. Mia madre è stata poi il modello di alcuni personaggi dei miei film successivi. Non so perché il ruolo della madre e della donna nella società mi continua ad interessare così tanto. Sono cresciuto solo con mia madre, vedendola lottare per ogni cosa della vita, spesso costretta a dichiarare la sconfitta. Allora ho pensato che il cinema potesse essere la vendetta, l'arma della rivincita per tutte le esistenze di donna come quella di mia madre. D'altra parte il bello di essere un regista è proprio la possibilità di potersi inventare un mondo completamente libero e diverso.

Cos'è che ti spinge a realizzare un progetto invece di un altro? Segui dei modelli di riferimento?

Dolan: Ho un forte bisogno di esprimermi, e quindi cerco di collaborare sempre con persone, come quelle che hanno lavorato con me a Mommy, con le quali creare un gruppo che riesca ad creare liberamente. Anche se sono giovane, mi chiedo sempre quanto tempo ancora mi resti su questa Terra, e allora mi dico "è adesso il momento per provare questa cosa, non aspettare". Faccio quello che mi sembra affascinante e mi attira, ma cerco sempre di fermarmi quando non so più bene cosa sto facendo. Ho degli eroi, tra questi quello che sento più vicino è Gus Van Sant, per il suo utilizzo della forma libera e delle digressioni narrative per creare emozioni.

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Il film è pieno di esperimenti stilistici e giochi con la forma del cinema

Dolan: La scelta della scala 1:1 per lo schermo era un espediente per evitare qualunque distrazione dello spettatore. Lo schermo lo cattura completamente. Ma è solo uno dei giochi che si possono ancora fare con il linguaggio del cinema: Adieu au language!, dice Godard in questi giorni d'altronde. A me ad esempio piace lavorare molto anche sull'importanza dei costumi. Molto spesso in un film non si dà loro l'attenzione che meritano, eppure sono il primo contatto tra lo spettatore e i personaggi. 

Com'è nata l'idea di Mommy?

Dolan: anni fa ho letto un articolo che raccontava di una madre che aveva abbandonato il figlio in ospedale perché troppo spaventata da questo bambino di 7 anni che era già violentissimo, la odiava e la picchiava, lei non sapeva più cosa fare con il figlio. Ho perso poi l'articolo, ma la storia continuava a tornarmi in testa, mi aveva colpito tantissimo. Poco dopo J'ai tué ma mère sono tornato a pensarci, mi dicevo che prima o poi avrei realizzato un film su quella storia, in USA con attori americani. Ma alla fine la vera ispirazione me l'ha data il paese in cui vivo, il Québec, perché in nessun posto puoi raccontare bene una storia come tra le strade che conosci

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