CANNES 67 – Timbuktu. Incontro con Abderrahmane Sissako

sissako
L’opera del regista franco-mauritano, per la prima volta in Concorso a Cannes, è il racconto della lotta silenziosa per la libertà di donne e uomini in territorio oppressi, l’avvenire incerto dei bambini e la corsa per la vita, minacciata dall’integralismo religioso, pronto a vietare ogni cosa: la musica per le strade, il volto scoperto, le partite di calcio, le sigarette…

sissakoL’opera del regista franco-mauritano è il racconto della lotta silenziosa per la libertà di donne e uomini in territorio oppressi, l’avvenire incerto dei bambini e la corsa per la vita, minacciata dall’integralismo religioso, pronto a vietare ogni cosa: la musica per le strade, il volto scoperto, le partite di calcio, le sigarette… Non distante dal villaggio, vive in una tenda, in mezzo alle dune, un uomo con sua moglie e la figlia di dodici anni. Un tragico evento sconvolgerà la sua esistenza e quella della propria famiglia… Sissako, uno dei più celebri autori del continente nero, per la prima volta in Concorso a Cannes, dopo aver partecipato nel 2002 nella sezione Un Certain Regard con Heremakono e nel 2006 Fuori Concorso con Bamako, ha presentato il film in conferenza stampa

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Dov’è ambientato precisamente il suo film?
E’ ambientato tra la Mauritania e il Mali, in una piccola cittadina al nord. Il 29 luglio 2012 una coppia non sposata è stata uccisa, per lapidazione, da estremisti musulmani. La tragedia si è consumata in questa area controllata da un gruppo integralista armato. I testimoni sono due politici locali che, ovviamente, hanno chiesto l’anonimato: “Hanno preso e trascinato la coppia nel centro del paese, dove l’uomo e la donna sono stati infilati in due buche da dove sporgeva solo la testa, quindi bersagliati con pietre fino alla morte”.

 
Ancora una volta una storia molto forte, di grande impatto emotivo…
Credo che un regista abbia anche il dovere di raccontare le realtà più difficili, magari quelle che non trovano sufficiente spazio sui mezzi di comunicazione. Ho fatto di tutto per non appropriarmi di questa storia e di non elevarmi a profondo conoscitore di questi territori. Credo che la terra non appartenga a nessuno, ma sia di tutti, come questa storia, in un certo senso. Anche la sofferenza è presente in tutto il mondo, quindi questa storia particolare ed estrema, non andrebbe circoscritta nei territori che il film ha voluto raccontare.

 
Sylvie Pialat, la produttrice del film, ha affermato che inizialmente si pensava di girare un documentario…
Timbuktu è ancora occupata e non è stato possibile girare in Mali per ragioni di sicurezza. Quando la Francia è intervenuta, abbiamo sentito la necessità di raccontare questa storia in forma di fiction, scegliendo con grave ritardo un luogo più sicuro, la Mauritania, dove girare.

timbuktu
Nel film viene evocata anche una certa parte di umanità nel cuore jihadista…
C’è una grande complessità nell’animo di un jihadista. Ci trovi il bene e il male. Sono tutte persone che hanno sofferto e in alcuni di loro il dubbio può attanagliarli.

 
E la sua paura di un cinema estetizzante?
Il cinema è un linguaggio che parla con la sua personale intonazione. Per me è importante trovare una certa armonia tra le parti, per meglio far passare i propri intenti e poter essere riconosciuto. È sempre più facile riprendere l’orrore. Nel mio lavoro ho sempre cercato di evitare la strada più semplice, stando attento a non spettacolarizzare appunto l’orrore che ci circonda.
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