#Cannes68 – La ragione vince sul cuore

Non è stata la Palma del cuore. Negli ultimi 15 anni solo due volte il nostro desiderio ha coinciso pienamente con il verdetto della giuria: nel 2002 per Il pianista di Roman Polanski e nel 2008 per La classe di Laurent Cantet. Ma il massimo riconoscimento assegnato a Jacques Audiard per Dheepan stavolta ci lascia comunque più che soddisfatti. Pur non essendo tra i film preferiti della selezione (avevamo fatto il tifo per lo straordinario Mountains May Depart di Jia Zhang-ke), il film lascia comunque il segno soprattutto per quello stile fisico e nervoso di uno dei cineasti francesi migliori. Forse è un risarcimento per quello che Audiard avrebbe meritato in passato, cioè la Palma d’oro nel 2009 per Il profeta quando invece venne battuto da Il nastro bianco di Michael Haneke.

Dei cinque francesi in gara, due sono spiccati rispetto agli altri, anche se personalmente ha abbagliato la spudoratezza e la libertà di Valérie Donzelli in Marguerite et Julien. Oltre a Dheepan c’è stato anche il teso ed efficace La loi du marché di Stéphane Brizé con cui un bravissimo Vincent Lindon ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile. La prova dell’attore francese ci è parsa sin da subito maiuscola tanto è vero che già dalle nostre corrispondenze dalla Croisette avevamo detto che avrebbe meritato il premio.

mountains may departDei toto-Palma annunciati alla vigilia sono l’ungherese Son of Saul di László Nemes ha rispettato le previsioni ottenendo il secondo premio più importante, il Gran Premio della giuria. Per molti meritava qualcosa di più, dal nostro punto di vista qualcosa di meno pur avendo un inizio potentissimo nel modo in cui ridisegna le coordinate del cinema sulla Shoah, ma poi lascia l’impressione che lo stile prevalga sulla storia e sui personaggi. Il premio per la regia a Hou Hsiao-hsien per The Assassin è invece in linea con lo sguardo sempre lucidissimo del regista taiwanese, mentre della delegazione orientale sono colpevolmente rimasti all’asciutto, oltre Jia Zhang-ke, anche Our Little Sister, l’intenso mélo di Hirokazu Kore-eda.

Forse sono gli altri riconoscimenti a lasciare perplessi. Non tanto quello a Rooney Mara per Carol di Todd Haynes (che ambiva a qualcosa di più in questo Palmarès tanto è vero che fino al giorno prima era dato per favorito) ma a quel punto non si può lasciar fuori Cate Blanchett, mentre la prova di Emmanuel Bercot in Mon roi di Maïwenn gioca su un’istintività piuttosto artefatta che alla lunga risulta più irritante che convincente. Meglio sorvolare poi sul premio per la sceneggiatura (Michel Franco per Cronich) e quello della giuria per The Lobster di Yorgos Lanthimos, due dei film che ci sono parsi tra i peggiori della selezione ufficiale.

trois souvenirs de ma jeunesseChe concorso è stato questo di Cannes 2015? Piuttosto altalenante, sicuramente inferiore alle attese, soprattutto se confrontato con quello degli ultimi due anni. Questa analisi di fine festival somiglia molto a quelle che facevamo da Berlino negli anni passati: abbastanza soddisfatti dei premi più importanti ma non per la qualità del concorso. E se si mettono a confronto le edizioni 2015 dei film in gara, stavolta la Berlinale è stata superiore a Cannes. Al di là delle spaccature redazionali sui giudizi all’interno di Sentieri Selvaggi (vedi pagella voti), sette non ci sono sembrati da concorso. E mettere in competizione film come Macbeth di Justin Kurzel, Mon roi di Maïwenn, Louder than Bombs di Joachim Trier e Cronic di Michel Franco ci è parso quanto meno eccessivo. Tre italiani in gara, nessun premio. Il rimpianto è, in parte, solo per Mia madre di Nanni Moretti. Un altro italiano che ha vinto invece ci ha reso felici. Si tratta di Varicella di Fulvio Risuleo, miglior cortometraggio alla Semaine de la Critique. Così come uno dei film più travolgenti di tutta Cannes, Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin ha vinto il Premio alla Quinzaine. Perché non era in concorso assieme a Comoara di Corneliu Porumboiu?