#Cannes2016 – After the Storm, di Hirokazu Kore-eda

È sempre faticoso scrivere di Kore-eda. Non perché si è svogliati, come direbbe mia madre, né perché si fa fatica a entrare nei suoi film, al contrario… è facile come bere un bicchier d’acqua. È una delle cose più semplici di questo mondo, come sedersi a tavola in famiglia, farsi un bagno caldo e poi infilarsi il pigiama. Non sembra esserci stacco tra le scene che vediamo e quelle che viviamo ogni giorno. Le emozioni, le sfumature di sentimento, i pensieri, i dubbi, è esattamente lo stesso. È come se il cinema fosse la prosecuzione naturale del quotidiano. Non più un’immagine after life, o un’istantanea estratta dall’album dei ricordi, ma un’altra esperienza perfettamente inserita nel flusso della vita. La costruzione, la struttura, la forma, tutto ciò che dovrebbe raccontare, in un modo o nell’altro, lo sforzo del fare film sembra dissolversi come per incanto. E per questo si fa un’enorme fatica a uscire fuori, a recuperare quella prospettiva un po’ esterna che permetta un’analisi, un ragionamento. I personaggi di Kore-eda li incontriamo a ogni angolo di strada, in ogni momento. Sono persone ben “reali”, anche quando sono fantasmi o bambole di gomma. Ryota Shinoda potrebbe essere mio padre, il mio migliore amico. Del resto ha il volto ormai familiare di Hiroshi Abe, “still walking”, che torna ad abitare queste stanze, insieme alla straordinaria Kilin Kiki, al beffardo Lily Franky. Ryota potrebbe tranquillamente essere me, tanto le sue tenerissime debolezze riflettono le mie e i suoi sentimenti mi appartengono. Per questo ogni cosa che dice e che fa mi tocca nel profondo. E ogni parola sul suo conto implicherebbe una confessione, un atto di dolore fatto tra il sorriso e il pianto. Significherebbe ammettere le proprie incongruenze, tutte le illusioni infantili, tutti quei maldestri tentativi di tenere in piedi i sogni e la realtà, di cercare un’utopica permanenza dei rapporti senza tener conto dei cambiamenti irreversibili, delle scelte, degli errori, dello scarto incolmabile tra il passato e il futuro.

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Certo alcune cose vanno dette, se si vuol mantenere una parvenza di serietà (anche se l’unica professione è quella di fede…). Ad esempio, che per l’ambientazione e i risvolti più stravaganti del racconto, After the Storm mostra tutta la vena più comica e leggera del cinema di Kore-eda, che torna ai quartieri popolari della sua infanzia, ai caseggiati dell’Asahigaoka House Complex di Kiyose, a Tokyo. Non più dunque quelle casette in collina, i giardini di periferia e le stradine di provincia, intorno a cui le storie si dipanano lentamente, secondo ritmi “alla Ozu”, tranquilli seppur non indifferenti. Qui c’è un’altra frenesia, più sanguigna, che si riflette nella simpatia irriverente della vecchia Yoshiko, nella stessa confusione un po’ cialtrona di Ryota, che sembra aver dilapidato il suo talento di scrittore nel vizio del gioco, fino al fallimento familiare. Separato dalla moglie, incapace di pagare l’assegno di mantenimento per il figlio, cerca di guadagnare qualche soldo lavorando in un’agenzia investigativa. Il che ovviamente lo mette in una serie di situazioni improbabili e ridicole.

 

after the storm2Si ride e si assiste ai maldestri tentativi di un uomo che prova a recuperare disperatamente il terreno perduto degli affetti e dei sogni. Ma la malinconia di fondo rimane, il senso del tempo che scorre, delle fratture, dei cento, mille piccoli lutti quotidiani. Non è un dramma, purché si accetti l’inevitabilità di tutto questo passaggio. Purché si comprenda che la felicità inseguita non ripaga del tempo speso a inseguirla, che la perdita non è una negazione, un fallimento, ma un’evoluzione naturale delle cose. È come dipingere a olio, aggiungere colore su colore, fino a coprire l’immagine precedente, non più visibile, ma pur sempre presente, ancora lì sotto. Bisogna avere la forza di lasciare andare le cose, il mondo, le persone. “Sarai davvero un uomo, solo quando accetterai di essere il passato di qualcuno”. Sembra una constatazione amara, ma in realtà ha tutta la terribile dolcezza della vita. Che non è un romanzo fatto e compiuto, ma un susseguirsi di prove, di tentativi, di frasi e appunti presi su post-it che appendiamo al muro. Vivere, fare film, scrivere… è sempre uno spargere note, semi che, magari, saranno raccolti poi, altrove, da qualcun altro.