#Cannes2016 – Asghar Farhadi: “Il teatro ha influenzato il mio cinema”

Il regista iraniano, a tre anni da Il passato, ha presentato oggi Forushande, l’ultimo film in concorso di questa edizione

È Asghar Farhadi a chiudere la competizione del 69° Festival di Cannes. Dopo essere stato in concorso sulla Croisette nel 2013 con Il passato (con cui la protagonista Bérénice Bejo ha vinto la Palma come migliore attrice), il regista iraniano torna con il suo nuovo film, Forushande, che esplora la complessità dei rapporti di coppia e di come un episodio possa creare dei forti disequilibrio.

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Questo lavoro del cineasta segna innanzitutto il suo ritorno in Iran dopo la parentesi francese: “Stavo cominciando a lavorare a un altro progetto che si doveva girare in Spagna che vedeva coinvolto anche Almodóvar come produttore e che vedeva la presenza di attori spagnoli e americani. Avevo però nostalgia del mio paese e di fare un film in Iran. E quindi ho girato Forushande”.

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Parla poi sulla situazione cinematografica del suo paese: “Lavorare in Iran può avere in alcuni casi della situazioni vantaggiose e in altri negative. Dopo Una separazione è stato più facile per me lavorare nel mio paese. Sono stato quindi più fortunato rispetto ad altri colleghi anche perché sono stato circondato da collaboratori pieni di entusiasmo. Certo, penso che se un regista statunitense o europeo venisse a lavorare in Iran si troverebbe davanti a problemi insormontabili. Ma io lÌ ci sono nato e cresciuto. Quindi sono abituato alle difficoltà. Anzi diventano fonte di energie e danno nuove motivazioni. E in futuro penso di continuare a fare più film nel mio paese che all’estero”.

forushandeIl teatro è molto presente nel film ma anche nella sua vita: “Prima di fare cinema, ero uno studente di teatro. Per me rappresenta sempre la più importante ‘cultura della drammaturgia’ che ha comunque influenzato anche il mio modo di fare cinema. Quindi in questo film ho voluto fargli una sorta di omaggio e anche a tutte le persone che mi sono care e che hanno avuto un ruolo importante nella mia formazione”.

Il teatro rappresenta anche uno scarto tra vita e rappresentazione: “Si, nel film ci sono due storie parallela. A teatro si sta rappresentando Morte di un commesso viaggiatore. E quello che avviene nella realtà è una sorta di situazione speculare”

Si sofferma sul modo di filmare la propria cultura rispetto a quella occidentale: “Nella cultura iraniana o anche orientale c’è una personale nozione di pudore e intimità. Che è intimità del nostro corpo, della nostra famiglia. C’è una scena in cui il bambino deve andare in bagno e non accetta che una donna vada con lui a spogliarlo. Nell’aula dove il protagonista insegna ci sono solo uomini. Non ci sono quindi classi miste. Questa dicotomia tra uomini e donne, questa gelosia della sfera del privato, fa parte della nostra cultura da quando siamo piccoli. Non la critico. Dico soltanto come stanno le cose”. Poi aggiunge: “E conta anche il tema della reputazione, di come siamo guardati dagli altri. Ed è proprio quello che possono pensare i vicini che alimenta la crescente violenza del protagonista”. Fa infine un confronto con l’Italia: “Forse questa concezione della vita si poteva anche rintracciare nei film italiani degli anni ’50 e ’60 ambientati nel Sud del paese”.

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