#Cannes2016 – Gimme Danger, di Jim Jarmusch

Jarmush e la musica. Un legame ricorrente e indissolubile che completa non soltanto i grandi classici del regista americano, su tutti Solo gli amanti sopravvivono, Dead Man e Ghost Dog, ma anche incursioni nel rockumentary come il controverso Year of the Horse, dedicato al tour di Neil Young e i Crazy Horse nel 1996, che Roger Ebert nel ‘97 definì – con molta severità – il peggior film dell’anno. Ora ecco che arriva un attesissimo omaggio a Iggy Pop e gli Stooges. Da sempre amante del punk rock underground, Jarmush prima o poi non poteva che raccontare uno dei più grandi gruppi musicali della storia. Così Gimme Danger fin da subito – vuoi per eccessivo amore, vuoi per non ripetere certi azzardi videoamatoriali che contraddistinguevano l’esperimento di Year of the Horse – rivela un’impostazione ultraclassica, con lo stesso Jarmush che nella prima immagine fa il verso allo Scorsese di L’ultimo valzer preparando l’inquadratura di un Iggy a mezzo busto pronto a rispondere alle domande del cineasta. La prima cosa a colpire è che il tappeto sonoro di Gimme Danger non è la musica degli Stooges ma la voce della star, icona maledetta del gruppo, provocatoria, autodistruttiva, muscolare. Iggy racconta la sua infanzia in famiglia, l’immaginario collettivo televisivo che lo ha accompagnato, i primi passi musicali con Ross e Scott Asheton, e poi la fondazione del gruppo che con riferimento ai tre comici americani prende il nome di The Psychedelic Stooges, per poi diventare semplicemente The Stooges. Viene ripercorsa con aneddoti musicalmente poco rilevanti la genesi dei tre album capolavoro realizzati prima dello scioglimento: The Stooges (1969), Fun House (1970), Raw Power (1973). Il contributo produttivo di John Cale e David Bowie, fondamentale nell’elaborazione del sound dei tre lavori, viene appena citato, negando al pubblico la possibilità di intercettare la tante e diverse influenze musicali nella musica degli Stooges. Ovviamente vengono ricordati gli influssi che sul gruppo ebbero i lavori degli MC5 e dei Velvet Underground, autentici precursori del loro stile, ma il tutto per quanto corretto e pulito dà la sensazione di un prodotto di superficie, ben confezionato, con un materiale di repertorio probabilmente non vastissimo a disposizione, che non riesce a raccontare a pieno la portata rivoluzionaria che caratterizzava la rabbia e la forza sonora del gruppo.

Lo sguardo di Jarmush stavolta si vede poco e forse il suo documentario meritava un punto di vista diverso da quello interno di un Iggy che paradossalmente scena dopo scena si assume sempre più il compito di assurgere più a memoria storica che culturale e fisica (che fine hanno fatto tutti gli eccessi performativi e violenti a cui il cantante si sottoponeva sul palco?) e la dipendenza dalla droga viene messa dentro senza raggiungere un centro emotivo veramente doloroso, mentre viene dato molto spazio nell’ultima parte alla reunion dei primi anni Duemila.   

Anche dal punto di vista musicale Gimme Danger lascia qualche perplessità. Vengono infatti utilizzati costantemente sempre 3 o 4 brani conosciuti (I wanna be your dog, Dirt, Tv Eye) che alla lunga offuscano il flusso immersivo e lasciano un po’ di frustrazione ai fan. Insomma chiunque non conosca Iggy e gli Stooges può e anzi deve vedere questo film. Ma, lo diciamo a malincuore, da Jarmusch ci aspettavamo qualcos’altro.