#Cannes2016 – Rester Vertical, di Alain Guiraudie

Se il cinema di Alain Guiraudie ha sempre sondato il confine tra il mondo fenomenico e l’immagine che lo (ri)configura, tra i miti popolari che lo formano e gli abissi privati che lo attraversano, tra la morale pubblica che lo condiziona e la vita interiore che fugge via… allora non è difficile considerare quest’ultimo Rester Vertical come una sorta di film summa per la sua carriera. Perché quell’atmosfera rarefatta e picaresca di Du soleil pour les gueux qui incontra il rigore quasi hitchcockiano de Lo sconosciuto del lago e crea uno strano ibrido che (non a caso) ha per protagonista un “regista/sceneggiatore” in crisi di ispirazione. Insomma quella pagina bianca sul suo computer proprio non riesce ad essere riempita di “cinema” e allora fugge via Léo, via dalla città per raggiungere posti incontaminati nel Nord della Francia dove trovare “i lupi” che lo ossessionano… e nel frattempo poter incontrare strani personaggi che si presentano come archetipi arcaici di un mondo immutabile. Léo vede una donna, scatta un’intesa istantanea, nasce un bambino, lei lo lascia, lui diventa un padre solo con un figlio a carico e un suocero pericoloso. Il tempo della vita è contratto come in un sogno (o in un film?) frutto di una sola notte: desideri e incubi, pericoli e gioie, libertà e ambiguità sessuali si concretano come fantasmi prodotti/filmati dal “regista” protagonista.

verical2La regia di Guiraudie, come sempre, configura in immagini singole molte istanze opposte creando movimento dallo sguardo e immergendoci in abissali soggettive che disegnano uno spazio. In questo detour verso un paesaggio ancestrale ogni pulsione primitiva diventa allora una lotta tra opposti: il lupo e il bambino, la nascita e la vecchiaia, il sesso e la morte, il padri razzisti e i figli che fuggono, la città e la campagna. Guiraudie procede per nette dicotomie e per buona parte del film si conferma un abilissimo creatore di atmosfere perturbanti: il dilemma dello sguardo soggettivo (per questo parziale, umano, imperfetto) è sempre il cuore del suo cinema. Questa volta però il deragliamento verso il mondo onirico si concreta in un eccesso metaforico che alla lunga ne blocca paradossalmente le vie di fuga. Una paziente e convincente progressione registica che partorisce infine una riflessione tutto sommato prevedibile sull’arte e sulla vita. Rimane un’ottima prima parte, certo, rimane il talento di un regista che sa fondere come pochi l’immagine a un vissuto, lo sguardo a uno schermo… ma il rischio della “maniera”, purtroppo, è ormai dietro l’angolo.