#Cannes2017 – Come Swim, di Kristen Stewart

Questo cortometraggio fatto di vagheggiamenti su acqua e rimozione del corpo del reato ribadisce la traiettoria-chiave su cui l’attrice va muovendosi: l’assenza di Kristen Stewart. Fuori Concorso

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In questi giorni di festival di fatto abbiamo assistito a due uniche linee narrative monopolizzatrici sulla lettura dell’edizione del settantesimo di Cannes: da un lato l’analisi del festival visto come in mano a dinamiche schiaccianti di politica interna, produttiva e distributiva, che ha fatto sì che in cartellone mancassero gli eventi di richiamo e le major hollywoodiane; dall’altro, l’SOS reiterato nei confronti della macchina organizzativa ingolfatasi per via dell’aumento dei controlli di sicurezza, i ritardi delle proiezioni, le file scomposte, gli accreditati rimasti fuori, i disagi conseguenti. Vagando di visione in visione, di suggestione in suggestione, percepivo il bisogno forte di una narrazione alternativa di Cannes 2017, di una controstoria che cercasse di infilarsi tra le maglie di questi due resoconti forti della manifestazione.
Il corto da regista di Kristen Stewart era lì a fornirmi un’apertura, un appiglio, un invito verso una dimensione lontana dalle ricostruzioni autoreferenziali degli addetti ai lavori – e poi, la parabola artistica di Stewart è quel tipo di illuminazione che continuo ad adorare follemente di Hollywood, la star multiplanetaria che si scopre paladina di un cinema libero e indefinibile, si rasa i capelli, fugge dai blockbuster, sembra aver capito tutto, ogni cosa.

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Va bene, è molto facile trovare cortometraggi migliori di Come Swim, nel genere antinarrativo-visuale che Stewart decide di affrontare (ma d’altra parte è altrettanto semplice recuperare arte sperimentale più “centrata” di quanto faccia Kiarostami nell’immenso testamento-GIF che è 24 Frames, ma questo cambia realmente qualcosa?). E pero questo quarto d’ora di vagheggiamenti sull’acqua, mare e rubinetti e bottiglie di plastica, e sull’arsura dell’attore Josh Kaye che ha paura di lavarsi o abbeverarsi per colpa di un trauma che non ci viene mai realmente chiarito, ribadiscono la traiettoria-chiave su cui l’attrice va muovendo la propria parabola artistica. L’assenza (banalmente, Kristen non è in scena, e la voce femminile nel corto appartiene all’attrice Sydney Lopez).
Manca, nella visione del contemporaneo, il corpo del reato, e quando percepiamo la come_swim_kristen_stewartpresenza – non vista – di questo corpo, in ogni caso viene a mancare anche il reato. Come la visione subacquea, mai chiara, sempre sfocata, da pupille irritate, percezione fallace e sfasata dal liquido.
Si può speculare a lungo su cosa sia successo alla donna di cui sentiamo solo la voce che perseguita il protagonista di Come Swim: “tu sei morta”, dice lui, ed è chiaro che la morte di questa entità desiderata sia avvenuta per mezzo dell’acqua. Ma questo cadavere, questo fantasma, non apparirà mai a fare chiarezza, svelare il mistero: come accade nei lavori di Kristen Stewart con Olivier Assayas, ma anche in prodotti come Equals, nelle messinscene del nostro presente non è più possibile assistere al reato, e alla fine che fanno i corpi.

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E’, ovviamente, una prospettiva storica, che si riflette sulla negazione della messa a fuoco dell’istante cruciale di violenza sui corpi in tutte le dinamiche del video diffuso, espanso, dell’epoca digitale: sparsi tra le migliaia di testimonianze condivise sui crimini più “ripresi” di questi tempi, dall’ISIS a Nizza alla giornalista Mediaset aggredita in diretta a stazione Termini a Roma, è generalmente difficile riuscire ad isolare il fotogramma che chiarisca definitivamente l’atto fondamentale, l’accadimento cruciale. La verità oltre l’automatismo, la replica meccanica, il loop tecnologico senza traccia umana (quella vetrata che si apre da sola in Personal Shopper…).
Le punte di pensiero del cinema contemporaneo, e la serialità più illuminata (Big Little Lies, 13, The Affair…) sembrano allora diventare per reazione ossessionate dallo smontare il meccanismo “chi è l’assassino” verso “chi è la vittima”, e soprattutto “qual è effettivamente il crimine compiuto” (viene in mente chiaramente Edgar Allan Poe in questo, e traslando un film di lucidità estrema, poco compresa qui a Cannes, come The Beguiled di Sofia Coppola).
Ok, sono solo degli appunti, frammenti di idee come accade in tutto Come Swim, con questo montaggio balbettante (musiche di St Vincent) che si aggira intorno a tensioni simili, risolte con invenzioni visive certamente acerbe, e spesso ingenue: ma per un attimo, Kristen Stewart ha aperto uno spiraglio necessario per guardare un po’ fuori, apparizione estemporanea, corpo estraneo sulla Croisette di preziosissima, benedetta urgenza.

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