#Cannes2017 – Dalla parte di Sandy Wexler

Quincellius

Il rivoltante agente hollywoodiano da quattro soldi Sandy Wexler e la sua ultima, strepitosa scoperta, la soul singer Courtney, sono a cena da Quincy Jones, nella sua villa pantagruelica di Bel Air. Quincy appronta una degustazione di vini costosissimi, ma dopo il primo assaggio Sandy si permette di dire che trova il vino “un po’ amaro…”. Al che Jones va in cantina a prendere una bottiglia “da 8000 dollari”: “ti sfido a dire che ti farà schifo pure quella, ci faremo un sacco di risate!”, sussurra Courtney all’orecchio di Sandy il quale, innamorato della bella cantante, non se lo fa ripetere due volte, e così Quincy lo caccia dalla festa lanciandogli dietro l’intera bottiglia.
Ecco, il comportamento di Netflix in tutta questa storia di #Cannes70, del braccio di ferro con gli esercenti francesi e le prepotenze delle coproduzioni nazionali, delle regole per stare o non stare seduti al tavolo del concorso, somiglia incredibilmente alla parabola del personaggio creato da Adam Sandler per l’omonimo film di Steven Brill, la più recente delle sortite del contratto esclusivo tra il comico e il portale di streaming online.

Continua a guardare

Come l’anarchico e disastroso Sandy Wexler manda ad un certo punto in fiamme anche la scritta Hollywood sul monte della La La Land sparandogli addosso il suo catastrofico uomo-torcia trapezista, così Netflix sembra comportarsi sulla Croisette senza alcuna attenzione per le regole non scritte della partita, l’etichetta che la situazione richiederebbe, il rispetto per i poteri forti scesi in campo: eppure, anche l’ultimo degli accreditati stampa al festival sa che se sbagli la procedura, l’anno dopo il service de presse potrebbe punirti ferocemente.
Sarà anche perché di procedure non ne ha neanche l’ombra, il motivo per cui professiamo da sempre la nostra ammirazione per i prodotti sgangherati e quasi inaccettabili dell’Adam Sandler veicolato Netflix, e anche Sandy Wexler non fa eccezione al disinteresse assoluto per una reale costruzione del personaggio, i cui tic grotteschi sono tirati via senza troppo impegno come siamo sempre abituati a vedere nel Sandler “in costume”, e che sembra buttare addosso la repellenza di queste macchiette alla solita rimpatriata di glorie del “giro” (Arsenio Hall, Judd Apatow, Terry Crews, Milo Ventimiglia ecc ecc) che forse non sono a ben vedere meno patetiche o mascherate di lui. E’ vero, nei suoi istanti più ispirati Sandy Wexler potrebbe ricordare uno dei Blake Edwards più acidi e spietati (SOB?), ma non si può in sincerità dare torto alla persona che, guardando il film insieme a me, dopo neanche dieci minuti ha sbottato “ma perché fa così? Perché si ostina ad essere così disturbante? Sa anche essere un grande attore quando vuole…”

marchefilmcannes2013Il punto è che per Netflix non c’è differenza tra l’Adam Sandler che va a Cannes con Noah Baumbach, e quello di Ridiculous Six che segna il record di visioni in streaming nella storia della piattaforma. E’ facile fare una divisione intellettuale tra la Netflix cinefila, ovvero quella di Five came back e del progetto su Orson Welles, quella della serialità “illuminata” e d’autore, e tenerla lontana da quella pruriginosa sulla cronaca nera più perversa, o dei prodotti “popolari” come il vituperatissimo accordo con Sandler, appunto.
Ma la verità è che nella continua e furiosa ridefinizione instabile che il meccanismo del tag infinito opera senza sosta su ogni titolo, #adamsandler è una foglia intelligente, come le chiama David Weinberger, che può stare sul ramo “cinema indie da festival” come su quello “satira scorretta e sboccacciata per adolescenti al college” allo stesso tempo, senza filtro alcuno che possa inchiodarne la posizione univoca sullo scaffale.
Tutto il contrario dell’elitarismo su cui si fonda la strategia del team di Thierry Frémaux, e dell’ossessione per mantenere l’esperienza della Croisette appannaggio di una cerchia ristretta di selezionati con attenzione, da una parte e dall’altra dello schermo.
Perché interessa a Netflix essere in concorso a Cannes, allora? Che cosa Cannes voglia da Netflix, lo sappiamo: ma che cosa vuole davvero Netflix, come mi chiedeva Aldo Spiniello l’altra sera?

Che cosa vuole Netflix

La domanda somiglia tanto a quella che chiude Un futuro perfetto, il lucidissimo libro di Steven Johnson di qualche anno fa: che cosa vuole internet?
Per rispondere, Johnson si concentra sulle nuove strategie di mercato messe in atto dai peer network, come rovesciamento della cosiddetta “stella di Legrand” (guarda caso una definizione dovuta ad un politico francese) del potere diffuso unilateralmente dal centro verso le periferie. Al centro della stella di Cannes c’è ancora una volta il marché du film, e Netflix non ci sta ad essere considerata periferia dello scherma: vuole i premi, i red carpet, i cinefili ma anche gli smanettoni, i millennials e i loro genitori, gli accademici e gli spettatori casuali. Tutti i mercati possibili. E nello stesso istante: la stessa foglia su quanti più rami possibili.
Se è vero, come ha dichiarato Alberto Barbera, che con tutte queste modifiche del mercato non ci sono più regole scritte, e che la reazione di Cannes sembra assumere per contro la deriva di un “comportamento colonialista”, per dirla con Vincent Maraval di Wild Bunch, allora lo scompaginamento del rituale a circuito chiuso della Croisette operato da questi Sandy Wexler dello streaming, in movimento continuo sul ciglio della piscina con l’intento di far tuffare in acqua tutti gli utenti del web nonostante l’occhio del padrone Firuz li scruti continuamente dal cielo, è già un gesto infinitamente più vitale della immobile selezione cannense di quest’anno – e magari anche degli stessi film Netflix in concorso, Baumbach e Bong Joon-Ho, o di gran parte dei titoli della programmazione del portale (davvero ha ancora senso recensire una cosa come Sandy Wexler di Sander e Steven Brill, d’altronde? Ha sul serio una forma “recensibile” un prodotto del genere?).

ALIVE IN FRANCE - ABEL FERRARAStill alive

In ogni caso, poco più in là dal Palais, dalle parti di Edouard Waintrop, uno che sulla formazione del nuovo pubblico per questo cinema lavora in maniera straordinaria (il quale sull’affaire-Netflix, che l’anno scorso ha distribuito due opere della selezione della Quinzaine 2016, si limita a commentare “è una questione complessa…”), al Marriott passa un documentario che si dice sia stato girato quasi “per caso”, quello che sembra sarà una sorta di bootleg dell’autore più guerrilla e senza patria di questi tempi, quell’Abel Ferrara “cacciato” dai riflettori della Croisette per l’azzardo di Welcome to New York.
Il suo film-concerto Alive in France è costato circa la metà di alcuni cortometraggi istituzionali che si vedono ai festival, e chissà dove e come sarà possibile poi rivederlo, dopo il passaggio alla Quinzaine (scommettiamo ancora per lo streaming? o toccherà andare a vedere Abel, Delia e Hipp dal vivo…).
Ferrara è davvero il Sandy Wexler di Cannes2017, il sabotatore delle strategie canoniche e delle burocrazie produttive e realizzative, l’inafferrabile attentatore dello show business (there’s no business like…) che ha capito come nel “mutare forma” continuamente ci sia l’affordance più cruciale, per tornare ai termini cari a Steven Johnson, per sfuggire alle regole del mercato imposte dall’alto.
Filtra in uscita, mai in ingresso, è uno dei comandamenti di Weinberger: sezioni e competizioni hanno senso ancora solo per punteggi e ricompense nei premi, ma utenti e spettatori di nuova generazione ragionano già per criteri radicalmente diversi.

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