#Cannes2017 – Geu-hu (Le jour d’après), di Hong Sang-soo

Le due facce di Hong Sang-soo. A Cannes due volti uguali e contrari del suo cinema. In Keul-le-eo-ui ka-me-la (La caméra de Claire) presenta fuori concorso un film aperto e luminoso mentre in competizione con Geu-hu (Le jour d’après) porta invece un titolo molto più cupo, fatto di contrasti. Anche attorno al corpo di Kim Min-hee, l’attrice di entrambi i film e di tutta la produzione più recente di Hong, sembra ballare ancora tra Rohmer e Cassavetes. Le jour d’après. Una moglie. Nel bianco e nero, nella macchina da presa fissa che mette progressivamente a nudo e rivela tensioni mai sopite pronte a scoppiare. Certamente Hong, rispetto a Cassavetes, cerca sempre di rifugiarsi sul lato assurdo, quindi più comico della vita. Ma recentemente, quando spinge a fondo oltre la superficie della scrittura, il suo cinema può diventare sempre più nero, come aveva del resto dimostrato il suo recente film portato quest’anno in concorso alla Berlinale, On the Beach at Night Alone.

geu-huPer Areum è il primo giorno di lavoro in una piccola casa editrice. Bongwan, il titolare, ha avuto una relazione con la precedente ragazza che lavorava per lui. Una mattina come tante altre va al lavoro. E non immagina che sua moglie ha scoperto una sua lettera d’amore scritta all’amante. Furiosa, va in ufficio e prende Areum per la ragazza con cui il marito ha una relazione.

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La parola diventa più forte, anche più pesante. Non tende a dissolversi e diventare aerea come in gran parte dell’opera del cineasta coreano. Ma dentro ha qualcosa di sofferto – tendenza già emersa negli ultimi lavori come Right Now, Wrong le jour d'aprèsThen – e lo sfogo non viene spazzato via poi da uno spostamento in città, da un passaggio all’altro con i personaggi che mangiano, situazione che diventa anche qui il centro drammaturgico del confronto verbale. Quello con la moglie diventa lunghissimo. Quasi nelle zone di Tsai Ming-liang. Ma Hong lo riesce a vivacizzare con delle traiettorie dinamiche all’interno dell’inquadratura. Non solo l’inconfondibile zoom ma anche il rifiuto sistematico del campo-controcampo, spostandosi da un personaggio all’altro come in una partita di ping-pong. Potrebbe chiudersi dentro il rigido meccanismo che si è creato, Le jour d’après. Però poi trova momenti slapstick (la rissa tra la moglie di Bongwan e Areum) e improvvise magie come la neve che cade. E lo scenario cambia di nuovo. Per un cinema che sembra autoriprodursi e invece sembra ogni volta ricominciare da qualsiasi punto. Non ha importanza dove.