#Cannes2017 – I fantasmi di Cannes

Les fantômes de Cannes. Si è notato subito, sin dai primi giorni di festival, come i “film d’apertura” avessero a che fare, in un modo o nell’altro, con una sparizione. O meglio con un’idea di assenza, con figure “fantasma”, persino nei titoli. Il film di Desplechin che racconta i demoni interiori di Ismaël, passati, presenti, futuri, e il ritorno della “morta presunta” Marion Cotillard. E poi Sicilian Ghost Story di Grassadonia e Piazza, che riprendono un noto e tragico fatto di cronaca italiano, il rapimento e l’assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo, trasformandolo in una potente favola nera. Ma anche Barbara di Mathieu Amalric, pur non parlando di sparizioni vere e proprie, è un film di fantasmi che insegue un biopic impossibile, l’icona misteriosa della grande cantante francese, nel gioco furioso delle parti, delle sovrapposizioni, delle confusioni. Barbara – Brigitte – Jeanne Balibar: l’interprete vive in continuo e precario equilibrio tra la fedeltà a sé e quella al proprio personaggio. In un certo senso si muove sotto il segno della mancanza, perché deve rinunciare a essere del tutto se stesso, per sfiorare appena la verità del personaggio. Sta in un punto di mezzo, tra Jeanne Balibar e Barbara, punto in cui si situa proprio la figura sfuggente di Brigitte, vertice smussato del triangolo, che si apre ora a un lato ora all’altro, in una vertigine di specchi e derive, confessioni in prima persona, tributi d’amore e notazioni critiche.Chi è davvero chi? Dopo tutto riconosciamo Amalric e le sue ossessioni, le sue riflessioni personalissime sul cinema, lo spettacolo, la recitazione, la scrittura. Ma resta questa tenera sensazione di fugacità e inafferabilità, di indefinibile vuoto che riporta a Le Stade de Wimbledon e che è quasi il rovescio della folle densità di Desplechin. Ma anche lì, quella densità è un’utopia, il tentativo disperato di mantenere viva un’immagine che svuota la carne e il sangue del reale… io continuo a vederti morta

ismaelEcco un punto centrale, declinabile in più versi: il cinema vede la morte, veder morire il cinema… Desplechin e Amalric lasciano una traccia indelebile su questa Cannes 70, aprendo una pista, una chiave di lettura nel caos di una programmazione quest’anno più che mai lontana da un discorso organico. E del resto il senso d’inafferabilità e di svuotamento che raccontano i loro film sembra riflettersi sulla stessa struttura festivaliera, come se la sostanza precaria e fragile del cinema ne avesse eroso dal profondo l’impianto istituzionale, minandone le prospettive, le ambizioni, ridimensionandone il peso strategico.

visages villagesSecondo tutte le cronache – e poco importa quanto in buona o malafede – è stata un’edizione in sottrazione. In cui, al di là della dubbia qualità delle selezione ufficiale, a colpire è proprio la rinuncia ai fuochi d’artificio, alle celebrazioni in grande stile. Se Venezia aveva festeggiato con i frammenti del Future Reloaded, qui l’anniversario del 70esimo è passato del tutto sottotraccia, a parte il discutibile, minimo restyling della sigla ufficiale e qualche altra trovata: una serata di gala con l’omaggio a Techiné, Twin Peaks senza anteprima mondiale, la seconda stagione di Top of the Lake… Davvero troppo poco per non pensare a una ferma e precisa volontà di tener bassi i toni, magari anche per ragioni extracinematografiche, di ordine pubblico ecc… – del resto anche la classica montée des marches è sembrata più compassata del solito. E colpisce come siano stati pochi i film a metter sul piatto gli argomenti più scottanti dell’attualità: Jupiter Moon di Mundruczó, L’atelier di Cantet, il sorprendente Tesnota di Balagov, poco altro. A testimoniare una certa reticenza, che salta agli occhi ancor più dopo l’impeto battagliero dell’ultima Berlinale. Ecco: se lì era venuta fuori l’energia impellente di una visione antagonista, invischiata nel presente e protesa a un’idea alternativa di futuro, qui a Cannes tutto si è fatto più etereo, ha perso densità, peso, materia. A parte poche eccezioni (Carpignano, Balagov…). È come un cinema girato ai margini dell’estinzione, della fine definitiva, Before We Vanish, come dice Kurosawa. La nostra scomparsa o la sparizione del cinema stesso, nel caso specifico è uguale.

24 framesA dominare è un senso di stanchezza e di ansia per una mutazione inarrestabile, che investe le forme, i racconti, le modalità di fruizione, ma ancor più a fondo il sistema delle nostre relazioni sociali e la sostanza delle nostre percezioni, visioni, reazioni. Ma c’è pur sempre differenza tra l’ipocrita desiderio di morte di Haneke e il rispetto timorato della morte di cui dà prova la Varda. Dai suoi Visages villages emerge il senso profondo del tempo passato, di tutta una storia che sembra essersi consumata: i ricordi, i film del passato, Jacques Demy, lo stesso Jean-Luc Godard, il cui fantasma nouvelle vague, preso a calci da quel cafone di Hazanavicius, è stato davvero il protagonista assoluto e ovviamente assente del festival. Ma al di là della nostalgia, c’è ancora vita, quella consunzione è solo un “sembrare”, appunto. Godard ha ancora il potere di far piangere la Varda, ha ancora la capacità di sovvertire, con una semplice frase scritta, la struttura del film, di modificarne in parte il senso, dando atto di una sua presenza ineclissabile. Il cinema, ai margini della sparizione, riesce ancora a sfidare la morte e il tempo. Nonostante la sua fragilità, forse proprio grazie ad essa, conserva un’energia residua, un esile soffio che si muove in forma di spettro e sfiora la pelle con un fremito, come sa bene Garrel o la Coppola che riprende solo la superficie di Don Siegel. Il cinema più vivo di Cannes 70 è quello più leggero. Quello che indovina il prima e il dopo di un’immagine immobile, del the end obbligato. I 24 Frames di Kiarostami continuano a muoversi, magari con un trucco da computer, anche grossolano. Ma in quella finzione digitale c’è tutta la verità e il mistero profondo: un cane che abbaia a un passero che è volato via…