#Cannes2017 – L’amant double. Incontro con François Ozon, Marine Vacth e Jérémie Renier

E’ tempo di ritorni a Cannes con il passaggio in concorso di L’amant double di François Ozon. Il cineasta alla sua sesta partecipazione al festival (fu però solo due volte in competizione con Swimming Pool e Giovane e bella) presenta oggi un thriller erotico ispirato al romanzo breve di Joyce Carol Oates in cui una giovane ragazza, Chloé, si innamora del suo psicanalista per poi scoprire un lato nascosto della sua identità. “Ero attratto dall’idea di fondo del romanzo del doppio” ha raccontato il cineasta “L’autrice è una delle miei preferiti e credo che sia la migliore attualmente negli USA. Adattando questo libro ho avuto la possibilità di varcare alcuni limiti dei miei precedenti film che erano un po’ più convenzionali.”. Fondamentali in questo processo sono stati i due attori protagonisti, Jérémie Renier e la modella, già apparsa in Giovane e Bella, Marine Vacth, che si sono dovuti mettere in gioco in una prova attoriale non certo facile. In particolare a Renier è stato chiesto di interpretare due gemelli per cui, come ha confessato ai microfoni della conferenza stampa, è stato necessario un grande lavoro di bilanciamento tra le due personalità. Per la Vacht le difficoltà sono state più a livello fisico, con numerose scene di sesso esplicito in cui lei si è lasciata guidare dal regista francese che le ha lanciato la carriera: “Ovviamente François è stata una delle persone più importanti per la mia carriera. Ho una grande fiducia in lui che si è rafforzata con questo secondo film ed ora posso dire che siamo diventati amici stretti.”.

l'amant doubleTanti i richiami cinefili in questa opera, come abitudine del regista francese, che però ci ha tenuto a ribadire quanto di personale ha voluto dare alla storia: “E’ un thriller erotico e per questo i miei riferimenti cinematografici non potevano che essere Hitchcock e Brian De Palma. In particolar modo amo il modo in cui quest’ultimo sappia decostruire il genere thriller” poi ha aggiunto “Come regista è interessante giocare con l’immaginazione, con quello che può essere vero o falso, così che lo stesso spettatore si chieda sempre cosa stia vedendo. Io adoro lavorare con questi temi ed è quello che vedete rappresentato nel mio film.”. Effettivamente il regista è nuovo a questo tipo di narrazione che è stata dettata non da una scelta arbitraria, ma da una necessità legata alla trama stessa del romanzo: “E’ la storia che determinata la struttura con cui raccontarla. I personaggi devono fare i conti con i loro segreti e questo fa sì che il film sia un thriller, come lo era il romanzo di partenza. La protagonista deve risolvere un mistero, e lo spettatore con lei. Sul set abbiamo lavorato molto con la psicanalisi e sulla concezione del gemello e per farlo ci siamo rinchiusi all’interno di uno studio in modo da concentrarsi su quello che succedeva dentro i personaggio e non su quello che c’era fuori.”.

Questa sfumatura del thriller era uno dei pochi genere che Ozon, classe ’67, non era riuscito ancora ad approfondire. La sua numerosa filmografia, capace di produrre un film ogni anno, può essere paragonata solo a quella di Woody Allen ma il regista non sembra volerne fare una questione importante: “Faccio un film l’anno perché amo girare. Ho amici registi che per un film ci mettono molto più tempo, io no. Mi piace fare quello che faccio e finché avrò dei produttori che mi sostengono e cose da dire continuerò a farlo. Ovviamente non mi piace ripetermi, cerco di testare sempre cose nuove ed andare sempre più in profondità su alcuni argomenti.”. Fare però così tanti film porta anche ad interrogarsi sul futuro incerto del cinema che secondo il cineasta è più nella mani del settore produttivo che quello prettamente artistico: “Il cinema continua a crescere ed evolversi in modi diversi. Io credo che sia un arte che continua a resistere, le persone continuano ad andare al cinema, qui a Cannes vediamo gente interessata. Sono molto fiducioso verso il futuro. Quello che credo che si debba cambiare è il modo di produrre i film e questo è un campo che non mi appartiene.”.