#Cannes2017 – L’atelier, di Laurent Cantet

Olivia è una scrittrice di successo, specializzata in racconti thriller. Da Parigi si trasferisce un’estate a La Ciotat, sulla costa meridionale, per organizzare un laboratorio di scrittura (l’atelier) per giovani. L’idea è di lavorare in gruppo per metter in piedi e dar forma a una storia, farne un romanzo e pubblicarlo. Ovviamente, si tratterà di un thriller. Ma dovrà essere ambientato a La Ciotat, raccontarne, i luoghi, i paesaggi, le storie. Al workshop si presentato giovani di origine molto diversa. Tra loro c’è Antoine, che, con le sue idee e la sua aggressività, comincia a entrare in conflitto col gruppo e con Olivia…

Lo spunto di partenza de L’atelier viene da lontano. Da un programma della TV francese che, alla fine degli anni ’90, raccontava un laboratorio molto simile, condotto da uno scrittore inglese proprio a La Ciotat. A quel programma, all’epoca, lavorava come montatore Robin Campillo, amico di Cantet e suo co-sceneggiatore abituale a partire da L’emploi du temps. È proprio a quel periodo che risale l’intuizione di un film sull’argomento, idea accantonata e, infine, ripresa alla distanza siderale di 16 anni. E cosa è cambiato in tutto questo tempo? Innanzitutto la città, il suo tessuto sociale, le sue strategie, la sua stessa immagine. Perché, oltre che essere indissolubilmente legata alla nascita del cinema, a L’arrivo del treno, La Ciotat è – o almeno era – nota per la sua industria navale, chiusa e smantellata verso la metà degli anni ’80. La città operaia si è votata al turismo, ha cambiato faccia e pelle. Cancellando nelle nuove generazioni il ricordo e il senso di appartenenza di classe. Siamo già dalle parti di Risorse umane, a quella riflessione terminale sulla crisi definitiva della coscienza operaia, al padre muto che rifiuta di combattere. Lì il dramma diventava conflitto generazionale. Qui c’è lo scontro acceso tra le idee e le prospettive di brainstorming e sul modo in cui intendere il rapporto tra la letteratura e la realtà.

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l'atelier1I ragazzi girano per quel che resta dei cantieri, parlano con i vecchi operai, Malika richiama la memoria del nonno…. Viene fuori l’idea di un racconto ambientato in questo vecchio mondo, tra ricordi di lotte mitiche e illusioni comuniste amaramente deluse. Ma Antoine non è d’accordo. Per lui è tutto vecchiume, i problemi sono diversi e forse non hanno forma netta. E soprattutto non può esserci scarto tra sé e la scrittura, tra l’esperienza e l’idea, l’autore e il personaggio. Antoine parla del desiderio di uccidere per uccidere, di assassini veri… E poi agita lo spettro del terrorismo, nomina il Bataclan, avanza idee razziste – e L’atelier è finora l’unico film di questa Cannes 70 a porre la questione centrale… Antoine si muove nel caos delle idee, senza aver convinzioni nette, forse senza neanche aver il faro di un’ossessione. Schiuma rabbia e tensione, nonostante la sua apparente sicurezza. È confuso. Così come a tratti appare confuso lo stesso film, almeno rispetto alla lucida e secca precisione di Risorse umane, A tempo pieno, La classe Ma da un lato è uno squilibrio che Cantet sembra portarsi dietro dall’avventura oltreoceano di Foxfire, come se da quel momento fosse entrato in una fase adolescenziale viscerale e rabbiosa, che somma all’analisi la furia e l’impazienza di una rivolta. D’altro canto, pare essere un corrispettivo perfetto del processo laboratoriale, che dal romanzo da scrivere si riflette sull’intero film, quasi fosse anch’esso ancora in progress. Il thriller che i ragazzi stanno scrivendo potrebbe tranquillamente essere quello che inizia a delinearsi sotto i nostri occhi e che ha per protagonista Antoine e Olivia: la tensione sottilmente erotica (e qui si torna Vers le Sud) che rischia di esplodere, quella pistola che compare…

l'atelier2Del resto, l’idea del laboratorio è parte fondamentale del metodo di Cantet, che seppur traccia con tutta la precisione possibile le traiettorie della riflessione e della narrazione, lascia agli interpreti la libertà di accordare la spontaneità delle reazioni al disegno dei personaggi. Ed ecco quindi le riprese a più camere, che garantiscono lo spazio e il tempo necessario all’espressione. Ed ecco la verità delle risposte e delle invenzioni personali che si mescolano e si sovrappongono alle esigenze della finzione. L’atelier sembra, in vari modi, riassumere e rimettere in circolo tutte le questioni e le suggestioni del cinema di Cantet: il lavoro dipendente o la dipendenza del lavoro, l’impasse della ripetizione e il senso di vuoto, l’utopia della fuga o dell’uguaglianza, les jeux de plage e le isole Sanguinaires… Il romanzo collettivo inseguito da Olivia è, in fondo, come la classe immaginata da Bégadeau: un altro sogno di convivenza democratica che si scontra con le dinamiche di gruppo, con i limiti invalicabili dell’espressione e dei comportamenti, con la violenza sottesa a tutti i rapporti di forza, alle guide, alle regole. E lo scontro, proprio come in Entre les murs, è sempre un fatto di linguaggi, di vocabolari, lessici, grammatiche e sintassi. E quindi di visioni, abitudini, mondi, culture… E quindi politica. Che parola è granule? Antoine reagisce in maniera istintiva, mettendo in crisi lo stesso approccio letterario di Olivia. Perché mette in campo un’ansia di verità e di vita che per forza deve invadere lo spazio apparentemente inattingibile della forma. Ecco il punto vertiginoso. Nella violenza distruttiva non c’è mai un’affermazione, se non quella di un vuoto profondo. Ed è il vuoto di tutti, il vuoto di una solitudine inestinguibile, di uno spazio sociale chiuso, regolare, ripetitivo, di un tempo scandito e già scritto. Cercare di squarciare questo velo di finzione è come sparare alla luna. L’unica è provare a inventare uno spazio aperto, come con il cinema… affrontare il rischio del confronto e dello scontro e pensarlo come un momento necessario di un obiettivo da raggiungere con gli altri. Che poi forse è solo la scusa per un contatto… Bisogna lavorare sul serio. Con le mani e i pensieri.

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