#Cannes2017 – L’intrusa, di Leonardo Di Costanzo

La Masseria, nella periferia di Napoli, è un centro ricreativo per bambini che vivono situazioni a rischio e in condizioni disagiate. A gestirlo è Giovanna, donna d’acciaio e dal cuore d’oro. Anni prima aveva creato la Masseria col marito Liberato, ormai scomparso. Ora accanto a lei alcuni giovani, un po’ di gente del quartiere, qualche soldo, molto volontariato… la situazione si fa difficile, però, quando si scopre che nel centro, in una piccola casetta separata si è rifugiato, all’insaputa di tutti, un noto latitante camorrista, che ha assassinato un povero innocente. Ingannata dalla moglie del criminale, che era venuta a chiedere ospitalità per sé e per i figli, Giovanna si ritrova di fronte a una difficile scelta: continuare a ospitare la donna e i suoi bambini, nel momento più difficile, oppure cacciarli via, come chiedono tutti, le madri del quartiere, la polizia, persino gli altri bambini.

L_IntrusaDi Costanzo, come già ne L’intervallo, affronta la questione della criminalità da una prospettiva laterale, sghemba, in modo da poter inquadrare altre dinamiche e porre nuove domande e riflessioni. Che lui stesso, per quanto riguarda L’intrusa, riassume così: cosa accade quando i “cattivi” invadono lo spazio dei “buoni”? Bisogna reagire con la stessa violenza oppure bisogna porre il confronto su un piano diverso? E si deve sempre temere l’intrusione dell’altro, dell’elemento estraneo? Giovanna affronta il dilemma tra la tranquillità e il perseguire, invece, fino in fondo la missione che si è data. Escludere Maria e ancor più la piccola Rita, significa rinunciare alla speranza di cambiare una mentalità, invertire una tendenza, una spirale di ingiustizia, sopruso e violenza. D’altro canto, Giovanna lascia a Maria la responsabilità di decidere e di valutare le conseguenze delle proprie scelte e dei propri comportamenti, verso sé e verso gli altri.

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L_Intrusa3Rispetto al lungometraggio precedente, viene fuori con maggior evidenza la formazione da documentarista di Di Costanzo, non solo per come attraversa gli spazi della periferia, ma soprattutto per il modo in cui racconta l’esperienza del volontariato, quell’eroismo silenzioso, come da definizione, di una società civile che interviene e si fa carico. In fondo, la sceneggiatura di Di Costanzo, Maurizio Braucci e Bruno Oliviero concede alle attività ricreative della Masseria uno spazio altrettanto ampio, se non addirittura maggiore, della vicenda drammaturgicamente forte. Lo sguardo indugia sulle dinamiche di gruppo dei bambini e sembra lasciar loro tutta libertà di muoversi e di agire. Solo dopo si avverte il peso scrittura, in quei momenti in cui rischia di essere troppo stringente e di compromettere la verità dell’insieme.  È la ridondanza esplicativa di alcune scene e di alcuni dialoghi che intralciano la fluidità delle interpretazioni “adulte”, a cominciare da Raffaella Giordano, per altro molto efficace. Ecco, a tratti, si crea un cortocircuito tra l’immediatezza della presa diretta e la sottile sensazione che Di Costanzo si costringa troppo nel rendere “servizio” alla storia e alle sue implicazioni tematiche, restringendo i margini di libertà, suoi e nostri. Ma sono istanti, che nulla tolgono all’immediatezza vitale del film, alla sua capacità di cogliere e raccontare quei segni di bellezza e di invenzione che rompono il grigio della desolazione.