#Cannes2017 – Loveless, di Andrey Zvyagintsev

Impietosa radiografia di una famiglia (e di una società) spinta sino a un’asfissiante estetizzazione funzionale. Zvyagintsev ha molto talento, ma raramente si fida delle sue immagini. In concorso.

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Un bambino sta tornando a casa dopo scuola. Attraversa un centro urbano, poi un bosco, è solo, trova comunque il modo di giocare: tutto intorno a lui solo gelo e neve. Rientra. La sua famiglia si sta sfasciando, la sua bellissima madre è di cattivo umore, la loro casa è in vendita, non riesce proprio più a giocare: tutto intorno a lui solo gelo e neve. In poche inquadrature, insomma, veniamo catapultati in un paesaggio umano di una scioccante freddezza… “senza amore”, appunto.

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Il cinema di Andrey Zvyagintsev si conferma come liminale radiografia di stati d’animo individuali e collettivi. In quest’apparente normalità, pertanto, si nasconde l’ancestrale Leviatano che preclude ogni via di fuga: il piccolo Aliocha è il testimone impotente delle macerie di una famiglia (e per estensione di una società) totalmente anestetizzata dalla miriade di piccoli schermi e device portatili che mediano l’esperienza e bloccano i sentimenti. Zvyagintsev è impietoso nel riprendere i corpi nudi dei due giovani genitori come zombie senza meta: lei segnata da un’infanzia difficile reitera la sua insofferenza nei confronti di un figlio non voluto; lui conformista e codardo fugge da ogni responsabilità creandosi una nuova (difficile) famiglia. Insomma ad Aliocha non rimane che sparire, fuggire nel fuori campo del nostro film e rimanere come traccia perturbante che tutti cercheranno invano. Intanto, fuori e dentro la casa, regna ancora il gelo.

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Loveless2La regia di Zvyagintsev è come sempre fascinosa, ma questa volta qualcosa non torna… o meglio, forse torna tutto un po’ troppo. Nel senso che il granitico punto di vista adottato in Loveless non aveva certo bisogno di questo geometrico (e a tratti asfissiante) dispositivo metaforico che ce lo sottolineasse in ogni istante: la rima d’immagine tra l’inizio e la fine del film, del resto, suggella un movimento circolare dove non passa proprio nessuna riflessione che Zvyagintsev non (pre)veda. Il regista russo pedina i suoi personaggi in lunghi e studiatissimi piani sequenza, dilatando tempi e azioni (Tarkovsky, certo…) per far emergere pian piano il suo punto di vista su individui e collettività: ad esempio i tanti riferimenti alla situazione Ucraina di questi anni, una terra abbandonata a se stessa proprio come il piccolo protagonista del film, sembrano di una consapevolezza chirurgica. Lo stesso personaggio di Aliocha, presentatoci in modo straordinario nella prima sequenza, diventa infine una semplice funzione sacrificata per portare avanti un discorso preordinato dall’alto e quasi mai per illuminare un percorso umano dal basso. Insomma questa spintissima estetizzazione funzionale tende sempre a imporci uno stato d’animo, raramente a farlo “nascere e crescere”. Ci risiamo quindi: Zvyagintsev ha molto talento, certo, ma raramente si fida sino in fondo delle sue immagini.

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