#Cannes2017 – The Meyerowitz Stories, di Noah Baumbach

Proviamo a concentrare per un attimo l’attenzione sui cortometraggi studenteschi realizzati dalla figlia del personaggio di Adam Sandler (la straordinaria Grace Van Patten), che va al college a studiare cinema “come ormai fanno tutti”: maschere dalla testa di volpe gigante, provocazioni sfacciate e frontali, montaggio sgangherato e disturbante. Da dove viene fuori un immaginario del genere? Come spesso succede con l’ultimo Baumbach, i segni dell’esuberanza autoriale della stagione dei primi titoli, delle collaborazioni con Wes Anderson, dei contributi all’animazione dei Madagascar, puoi ritrovarli adesso solo agli angoli della costruzione attuale della visione del cineasta, ricompostasi in un’osservazione sempre più ortodossa dei canoni narrativi e formali della tradizione – letteraria e cinefila – della Manhattan intellettuale jewish.
Se è vero che si tratta probabilmente di un veicolo che Baumbach utilizza innanzitutto per poter rivelare sottotraccia un autobiografismo quantomai dolente (di nuovo, occhio alla figura di Eliza, la figlia di Danny), da un altro punto di vista per innervare di brio l’operazione è fondamentale, come sempre nei titoli del regista, l’apporto degli interpreti: e in questo caso il terzetto di battitori liberi è decisamente irresistibile.

Il film coglie l’opportunità di incrociare nuovamente Ben Stiller e Adam Sandler con il padre che entrambi (qui infatti fratellastri) hanno avuto in diverse produzioni “da solisti”, Dustin Hoffman che chiaramente si porta addosso un’intera definizione di cinema indipendente, e l’impianto agisce sulle peculiarità delle tre icone con la sicurezza di un autore che da sempre è innanzitutto scrittore dalla indubbia capacità di farsi con sensibilità e intelligenza assoluto veicolo dei suoi interpreti.
L’allontanamento dalla formula-Gerwig giova sicuramente a Baumbach che qui ritrova le spigolosità e le nevrosi che forse meglio appartengono al suo cinema, quelle di Ben Stiller, ma la parte migliore è senza ombra di dubbio quella per Adam Sandler, il volto-Netflix qui probabilmente nel ruolo della vita tra quelli della sua galleria di padri pasticcioni e artisti derelitti, perdenti dallo sguardo basso, bamboccioni dal cuore d’oro (l’incipit nel traffico alla ricerca del parcheggio è un assolo che è all’istante una delle vette dell’attore).

Il resto è l’abituale canovaccio di cocktail party e vernissage al MoMa, appartamenti zeppi di librerie nel Lower East Side e rese dei conti in famiglie tormentate da rancori mai superati e dissapori covati negli anni: se circolano davvero un’anima e un dolore autentici (l’addio sussurrato a mezza bocca di Sandler al padre) tra i quadri e le parabole di questo film, rischiano ripetutamente di finire soffocati da un eccesso fluviale di verbosità e da una sorta di ossessione per il commento esplicito di ogni sequenza o snodo narrativo, di cui ci viene puntualmente fornita l’interpretazione dai personaggi nel dialogo subito successivo.
Nonostante questo, resta forse una delle sortite meno sovrastrutturate e più spontanee di Noah Baumbach, sincera come le filastrocche composte al piano da Danny bambino, e poi con sua figlia, quelle sì per davvero istantanee di un filmino familiare straziante e tenerissimo, in maniera opposta e vicinissima ai cortometraggi-confessione di Eliza, di cui sopra. Il cinema di Baumbach continua a fluire soprattutto attraverso queste fuoriuscite fulminee, queste crepe nella camera chiusa.