#Cannes2017 – Top of the Lake: China Girl, di Jane Campion e Ariel Kleiman

C’erano un bel po’ di domande lasciate senza risposta nel potentissimo finale di Top of the Lake, uno dei prodotti più spiazzanti, originali e personali di questa epoca d’oro della serialità d’autore, forse davvero troppo libero e ben poco interessato in realtà alle dinamiche della fruizione cadenzata dell’oggi, da poter riuscire alla fine ad assurgere al livello di cult come avrebbe meritato.


Jane Campion ritorna sulla figura della detective Robin Griffin con una seconda stagione, una nuova indagine che però sembra stavolta soprattutto un pretesto per completare il ritratto di uno dei personaggi più forti e memorabili della galleria della cineasta, andando a illuminare anche le parti oscure del passato della donna poliziotto. Ne giova soprattutto l’opportunità che ha Elizabeth Moss di regalare una performance di grandissima resistenza alle mille prove decisamente impervie che lo script ad opera di Campion insieme a Gerard Lee ha in mente per il suo ruolo: d’altra parte, la sconvolgente rivelazione finale del giallo precedente in qualche modo spazzava via l’intera tonalità del prodotto da tutto il bagaglio di misticismo new age di natura materna incontaminata e orrendamente violentata dall’intervento del maschio predominante, saggezza millenaria dispersa tra l’acqua e i boschi non ancora colonizzati.

E così Robin Griffin stavolta non può che tornare in città, e con lei Top of the Lake tiene a bada le sue derive e il proprio vagheggiare in una narrazione più serrata e affine alle traiettorie del mezzo, tant’è che la detective ci guadagna pure la spalla comica della goffissima e tenerissima poliziotta con cui fa coppia (l’irresistibile metro e 90 di Gwendoline Christie), in modo da rispettare il canone, omaggiato già dalla decisione di svelare sin dalle prime immagini del pilot chi sia il responsabile quantomeno dell’occultamento del cadavere di questa prostituta cinese, sepolto in fondo al mare dentro ad un trolley, da cui si dipana poi il mistero dell’intera vicenda.
Ne viene fuori una serie ricolma di livore e di uomini disgustosi come una delle principali Top-Of-The-Lake-China-Girl-Jane-Campionnew entry, il pappone fanfarone Puss (ma si vedano anche i discorsi da bar con relativa votazione delle peculiarità di questa o quella prostituta, ripetutamente mostrataci ad opera dal gruppo di giovani yuppies, che davvero settano il livello di meschinità che Campion imputa al genere maschile), un intreccio stavolta sinceramente molto meno affascinante e ipnotico, che si avvia progressivamente a sguinzagliare una violenza inedita e disturbante, al rilancio di quella contenuta nella stagione precedente.
Il lato saffico delle narrazioni della cineasta è qui lasciato interamente nelle mani di Nicole Kidman, la quale di fatto divora in un sol boccone con la propria abituale prepotenza iconica la vasta sezione di racconto che viene dedicata a lei e alla sua famiglia disfunzionale, una traiettoria che sembra lontana dalle atmosfere del mistery ma che finirà poi per esserne travolta. Le tiene testa la sorprendente Alice Englert, classe 1994, figlia di Campion qui nel ruolo della figlia biologica di Robin, avuta a 16 anni e data in adozione come ricorderanno i fan della serie, poi accolta dunque dall’algida Nicole Kidman – nella maternità spartita da questi due personaggi, l’adolescente si dimostra forse come l’ibrido perfetto tra le due anime del cinema di mamma Jane Campion.