#Cannes2017 – Wind River, di Taylor Sheridan

Nello “stallo alla messicana” che ad un certo punto coinvolge una squadra di contractors contro gli uomini dello sceriffo locale e un’agente dell’FBI (Elizabeth Olsen) sta tutto il senso profondo e politico del percorso portato avanti in quella che appare una vera e propria trilogia della Frontiera dallo sceneggiatore dietro Sicario e Hell or high water (entrambi presentati a Cannes), qui all’esordio anche dietro la mdp. L’autorità più alta tra i presenti dovrebbe ordinare a tutti gli altri di abbassare le armi. Ma siamo in una dimensione di Frontiera, appunto: e chi governa realmente il confine? Chi è realmente la Legge in questa zona al limite tra gli insediamenti petroliferi delle corporazioni e i loro eserciti privati di esaltati, le riserve dei nativi americani con il loro carico di disperazione e rassegnazione nelle nuove generazioni allo sbando, e la vita durissima di chi conosce soltanto la via della violenza e della resistenza del più forte alla sfida quotidiana della natura?

Come nei suoi script precedenti, Sheridan porta la tensione e lo scontro al livello di stilizzazione più assoluta, col minimo comun denominatore della sopravvivenza di queste esistenze nerissime in una landa impervia di rocce cattive ricoperte di una neve perenne e fintamente accogliente, che nasconde le minacce in un bianco di purezza solo apparente. Il personaggio di Jeremy Renner agisce spinto da una urgenza morale che può passare soltanto dal suo fucile infallibile di cacciatore di bestie feroci, e sa che l’unica Legge possibile nella wilderness è quella del singolo, al di fuori di qualsiasi struttura istituzionale o fiducia in uno Stato che da quelle parti, Wind River nel Wyoming, non viene né riconosciuto né rispettato, sia dai nativi ricacciati in angoli di terra da secoli di diaspora, che dai fascisti armati dalla civiltà a caricatore semiautomatico d’America.

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La bordata eversiva supera i meccanismi puramente di genere, ancora come d’abitudine nelle storie sempre fin troppo geometriche, pietre angolari, di Sheridan, ma lo scrittore non esita un attimo nel passaggio alla regia, e il film rivela progressivamente tutta la sua crudezza senza mostrare remore o paure, in un flashback di svelamento di sorprendente potenza, che resta nella memoria.

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Per il resto di quest’indagine che tiene insieme come da tradizione lo scorbutico giustiziere locale con la superpoliziotta di città piombata improvvisamente in una civiltà che ragiona per regole che non si studiano in Accademia, la mano dell’esordiente non permette alle immagini di assumere quel respiro tragico e monumentale che avrebbero potuto se affidate ad uno sguardo in grado di cogliere le tracce dell’eccidio quotidiano della natura nelle ferite del paesaggio (azzarderemmo addirittura un Cary Fukunaga?) e nella primordiale battaglia per la sopraffazione in atto dall’inizio dei tempi negli avamposti costruiti dall’uomo (Walter Hill?).
Sheridan imbastisce in ogni caso un paio di scene d’azione old school di solida efficacia, e presta un’attenzione straordinaria all’anima, spesso fragile anche sotto le corazze dei più cattivi, di ogni personaggio, fino all’ultimo degli antagonisti, una galleria di figure degne della letteratura hard boiled “alta”, e la conferma delle capacità di un grande disegnatore di ritratti femminili, qui non soltanto il ruolo di Olsen ma anche e soprattutto il fantasma che si agita tra le immagini, ovvero la meravigliosa figura della ragazza ammazzata, vero e proprio spirito guerriero indomito anche nei segni rimasti della sua ultima corsa nella neve.