#Cannes2018 – Ash is Purest White – Incontro con Jia Zhang-Ke e Zhao Tao

Ed eccoci, siamo a una delle giornate più storiche della 71 edizione del Festival di Cannes il ritorno e il (virtual) encounter con Jean Luc Godard –  e la sfuggente figura del mito francese non è l’unica presenza che carica l’ambiente. L’altro protagonista – che si fa presente alla Croisette per la quinta volta, dopo Mountains May Depart nel 2015 – è il regista cinese Jia Zhang-Ke che al’incontro stampa – accanto a sua moglie e musa Zhao Tao e a Liao Fan, presenta il suo ultimo film, Ash is Purest White. Come il Zimna Wojna di Pawel Pawlikowski, Jia racconta la storia di un amore improbabile che segue anche la Storia di tutto un paese, della Cina di oggi e di 20 anni fa, con i suoi cambiamenti, guerre, vittorie e sofferenze. Infatti, è lo stesso regista a catalogare il suo film come una memoria, uno scanner di se stesso, del suo sviluppo come regista e anche come persona attraverso le riprese di una storia di finzione. Sempre con un’aria assente e tranquilla, ma con parole forti e in assoluta lucidità, spiega il suo percorso, diventando il protagonista del giorno dopo.

“Attraverso lo sviluppo del personaggio in questi anni”, sottolinea Jia, “ci rendiamo conto che Cina ha sofferto un cambio radicale, sono capitate tante cose nuove e anche molta distrazione, e nei sentimenti e nelle sofferenze delle persone. Così, le persone cinesi possono rivisitare e ricordare questi momenti della loro storia, cosa che è possibile soltanto attraverso il cinema”. Oltre alla storia del suo paese e dell’umanità,  l’attrice Zhao Tao analizza il suo percorso personale e privato: “Il mio personaggio, dopo essersi sacrificarto per stare cinque anni in prigione senza comunicazione, fa un viaggio per trovare delle risposte, su questo amore e se stessa. Perciò ho amato il personaggio, perché quando era in prigione aveva tante domande e già anticipava le risposte, ma voleva averle per davvero, per trovare una chiusura. Quando arrivi a una certa età, diventa tutto più difficile, devi sempre difendere la tua dignità, e allo stesso tempo hai sperimentato tanto… questa personalità la trovo molto attraente”.

Il tempo come alleato nella costruzione di un personaggio più complesso. Così la vede anche l’attore protagonista Liao Fan, il quale confessa che da giovane non era molto interessato a questi tipo di ruoli: “Adesso sono più maturo, scelgo meglio, capisco meglio. Trovo molto interessante la lotta del mio personaggio. Per me lui è una persona ordinaria che deve sopravvivere, andare avanti, come gli squali che muoiono se non nuotano”.  

Poi, senza cambiare d’espressione e particolarmente concentrato, Jia torna sull’idea del corpo cinematografico come archivio, come memoria selettiva e anche involontaria di un percorso umano, che comprende non solo l’ambito privato ma anche il contesto pubblico:Il tempo in cui trascorre il film copre anche la mia strada artistica. Abbiamo tanto materiale, girato tante cose, e quest’immagini sono diventate un riflesso dei nostri cambiamenti, non soltanto di noi stessi ma anche della tecnica, il modo di girare, la macchina da presa, una sorta di memoria di un realizzatore”.

Arriva la domanda inevitabile, sul rapporto tra il regista e sua moglie, protagonista e musa. Lei, sempre molto enfatica, prende la parola:
 “Sul set, io lo chiamo in maniera diversa, interagiamo in modo professionale, regista, ma a casa usiamo diversi soprannomi, costruiamo qualcosa nel privato che soltanto appartiene a noi. Io spengo tanta energia nei ruoli, ma provo a essere molto semplice nella mia privata, è un’opportunità per rilassarmi e riprendere energia. Devo dire che adesso è cambiato il nostro modo di collaborare, so meglio cosa voglio come donna e lui accetta molto le mie opinioni, è molto più collaborativo di prima”.

Qual’è il ruolo della religione e la spiritualità nel film? C’è qualche ricerca, oppure una sorta di riscatto nei personaggi? Zhao Tao risponde: “Allora, il personaggio protagonista passa per tanti cambiamenti, deve confrontarsi con tante cose e cambiare pure i suoi valori. Poi c’è l’impatto di Hong Kong, la mafia, l’underground. Tutto questo la porta ad avere alti e bassi e cambiare la sua percezione. Ti rendi conto di dover pretendere certe cose quando tutto è distrutto, è che la la cosa piò importante è l’indipendenza e la libertà”.

L’ultima domanda dell’incontro menziona le differenze tra il cinema orientale e occidentale, e suggerisce che Ash is Purest White avrebbe un’anima, un certo senso più occidentale nel suo linguaggio cinematografico. Il regista ci pensa un attimo, e anche se la sua espressione non cambia s’intuisce che non è molto d’accordo. Mentre ragiona in cinese, il suo messaggio forte e chiaro non si perde nella traduzione: “Come registi, dobbiamo avere la libertà di usare il vocabolario liberamente. Guardando la mia carriera all’indietro, dall’inizio degli anni 90, fino ad adesso, mi rendo conto quanto sia importante il fenomeno della globalizzazione e l’interconnessione, quella è la mia ispirazione, è parte di quello che siamo. Abbiamo costruito una lingua insieme, non mi piace fare la distinzione ovest/est, puoi essere un regista dell’estero oppure no. Questo è per me il linguaggio cinematografico, ogni regista deve trovare il suo accento, il suo ritmo, il suo tono, la tua voce, la propria lingua attraverso il suo film. È questo ciò che facciamo”.