#Cannes2018 – Ayka, di Sergey Dvortsevoy

Solo nell’anno 2010, 248 neonati sono stati abbandonati nei reparti maternità degli ospedali di Mosca da madri del Kyrgyzstan. Il kazako Sergey Dvortsevoy torna a Cannes dopo il premio vinto ad Un Certain Regard nel 2008 con Tulpan per raccontare la storia di una di quelle giovani mamme, Ayka di 25 anni, e l’inferno quotidiano della donna che deve cercare di sopravvivere in una città ostile agli stranieri del suo popolo mentre là fuori infuria la neve e la bufera, e nessuno sembra provare un minimo di pietà e solidarietà con la protagonista, nemmeno la sua stessa gente. Ayka ha bisogno di lavorare e di un posto dove ripararsi dal freddo, e perciò si aggira per Mosca subito dopo aver partorito, ancora sanguinante e con il seno dolorante perché carico di latte non dato al proprio bambino, abbandonato in ospedale. I creditori la inseguono per via di un debito contratto per aprire un negozio di sartoria, ma il suo peggiore strozzino è la mdp stessa di Dvortsevoy, che sembra voler spingere costantemente all’angolo la donna, costringerla negli anfratti più angusti della scena per farle mancare il respiro, sottolineare con ostinazione sfiancante che il posto nella società per Ayka è solo ai margini, al buio, schiacciata contro il muro.

Un percorso di progressiva disumanizzazione del personaggio che passa attraverso le stazioni di una via crucis intollerabile, un cinema della crudeltà sistematica da rifiutare con forza sia negli istanti in cui si appoggia a metafore bastardissime (la lunga, imperdonabile sezione nella clinica del veterinario con tutta l’ottusa insistenza sulle bassezze animali), che dal punto di vista dello sforzo formale a pedinare alle spalle e senza tregua la povera interprete Samal Yeslyamova, che passa tutto il film a testa bassa, smozzicando frasi a voce flebile e tremante mentre arranca nella neve o risponde al telefono che le squilla in continuazione, a lei e agli altri personaggi come una sorta di infinita rassegna di suonerie per smartphone, nuova e oramai inevitabile modalità del cinema d’autore di questi tempi.

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D’altra parte anche stavolta lo smartphone è l’unico elemento di connessione tra due mondi che altrimenti non si toccano mai, non appartengono alla stessa dimensione, ovvero i bassifondi vissuti da Ayka e la Mosca yuppie e rampante che vediamo sullo sfondo, con tanto di corso di automotivazione attraversato per un istante in cui davvero Dvortsevoy pare volersi addirittura prendere gioco della sofferenza del suo personaggio, che cerca di non crepare di stenti mentre i giovani professionisti russi imparano i mantra esclamativi per superare le sfide professionali della loro vita fortunata. Uff.

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A Dvortsevoy piacciono insomma le sottolineature pesanti su struttura minimale e meccanismo narrativo ridotto all’osso, ma a fare più male alla protagonista è più il suo cinema che le condizioni sociali di cui vuole farsi condanna morale – il finale raggiunge in quest’ottica la prevedibile chiusura dell’apologo e il definitivo allontanamento di qualunque empatia nei confronti delle scelte operate dal regista, anche co-montatore dell’opera, ma forse è proprio la posizione in cui Dvortsevoy aveva in mente di lasciarci.