#Cannes2018 – Donbass, di Sergei Loznitsa

La storia di oggi, di ieri, rischia di appiattirsi definitivamente nella bidimensionalità delle strategie di rappresentazione. Ecco la retorica, cuore della riflessione di Loznitsa. Un certain regard

La regione del Donbass, nell’est dell’Ucraina, è segnata dal 2014 da un conflitto senza regole e senza quartiere tra le forze governative e i separatisti filorussi, con alterne vicende, occupazioni manu militari, stragi di civili, gloriose autoproclamazioni d’indipendenza e guerriglie diplomatiche. Lo stato delle cose è una terra di nessuno, ci dice Loznitsa, in cui alla guerra vera e propria si accompagna una scia incontrollata di sangue, ruberie e malversazioni a danno dei civili. Da parte delle “gang separatiste”, ci tiene ad aggiungere. Ma soprattutto, questo Donbass così è un luogo in cui non è più possibile distinguere la verità dall’assurdo, la tragedia dalla farsa. Tutto si confonde in questo “riflesso deformato di un mondo sotterraneo in uno specchio incurvato”, come raccontava Varlam Shalomov. Ed è da questa immagine che parte Loznitsa per attraversare le facce scomposte del conflitto, in tredici episodi, o meglio tredici situazioni che molto spesso non concludono, virano nel non senso, sfiorano il delirio del comico per poi ripiombare nell’evidenza del dramma. Dalla delegazione di San Teodosio che chiede aiuti materiali per trasportare un’icona sacra alla violenza crescente, irresistibile di un tentato linciaggio nei confronti di un volontario filogovernativo. Da un improbabile matrimonio celebrato secondo le formule della Nuova Repubblica al fragore dei colpi di mortaio, le esplosioni, i buchi a terra, i corpi fatti a pezzi.

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Come già accadeva in A Gentle Creature, quando Loznitsa si avventura nei territori della finzione, avverte l’esigenza di ampliare lo spettro cromatico, i registri, i toni, gli umori. A discapito della lucida nettezza dei documentari, in cui le implicazioni teoriche ed emotive si saldano nella registrazione delle cose. Il grottesco sembra essere la cifra dominante, amplificato dalla dimensione corale del racconto, da quel senso delle masse che già era al centro di Maidan e che appare sempre più come una derivazione personale di quella tradizione formalista sovietica, in cui lo stile era comunque il riflesso di una consapevolezza politica del cinema. L’inquadratura di Loznitsa è sempre piena, di personaggi, di cose, di linee di movimento.  Ha una densità che è aumentata a dismisura dalle prospettive scelte, dalla “posizione” della macchina, come nell’agghiacciante finale fisso, immobile, che dialoga in maniera lugubre con i campi lunghi delle proteste di piazza o delle cerimonie di Treptower Park. Ma ogni immagine è sempre, anche, una riflessione sull’immagine, sulla dimensione spettacolare che ormai domina il mondo e non più solo affare di dispositivi di ripresa e rappresentazione. Ed ecco l’ossessione per le foto, i selfie, i telefonini, l’onnipresenza dei media, le riprese Tv, i giornalisti, la ricostruzione a uso e consumo dello spettacolo che si mescola agli eventi, fino a interpolare i fatti con le scene, i combattimenti con le comparsate, a ritagliare il mondo sulla lunghezza focale dell’obiettivo, sulle esigenze della diretta e della cronaca. La storia di oggi, la guerra del Donbass, è come la storia di ieri, i campi di sterminio di Austerlitz: è diventata teatro di posa, una specie di esperienza “di divertimento” mediale, che rischia di appiattirsi definitivamente nella bidimensionalità dell’inquadratura e delle strategie di rappresentazione. Ecco la questione centrale della retorica, che sempre più è il cuore della riflessione di Loznitsa: non la realtà, ma il modo in cui la diciamo e la mostriamo (perciò il grottesco diventa funzionale). La realtà è irraggiungibile del resto. Eccede comunque lo sguardo e la parola. Ed è per questo che, a volte, sembra irrompere con furia inaudita, squarciando ogni velo e ogni inutile pretesa di forma.       

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