#Cannes2018 – Gongjak (The Spy Gone North), di Yoon Jong-bin

Quasi un film profetico. Che ha anticipato lo ‘storico accordo’ tra Corea del Nord e Corea del sud di fine aprile scorso, in guerra dal 1950. E alla base di The Spy Gone North c’è la storia vera di “Black Venus” avvenuta nel 1993. Un ufficiale dell’esercito viene ingaggiato dai servizi segreti sudcoreani per infiltrarsi in Corea del Nord guadagnandosi la fiducia del Partito. Il suo compito principale è quello di catturare informazioni sul programma nucleare. Ma quello che ha scoperto rischia di mettere in pericolo la sua missione ed è per questa ragione che ha sacrifica tutto.

Sembra una spy-story tratta da John Le Carrè. The Spy Gone North tiene altissimo il livello di tensione attraverso un cinema realistico ma attraversata da una suspense notevole. Un cinema estremamente diretto quello del cineasta coreano Yoon Jong-bin, qui al quinto lungometraggio, che si era già messo in luce nel 2006 con il suo ottimo esordio, The Unforgiven, che aveva descritto la brutalità dell’ambiente militare e che era stato presentato a “Un certain regard”.

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Gli occhi e l’udito. Sembrano sempre esserci degli sguardi addosso. O appena nascosti nel fuori-campo. E qualcuno in ascolto. Forse con uno sguardo a La conversazione di Coppola. Ma al tempo stesso un film tesissimo, sempre sul filo di un precario equilibrio, che tiene alla grande i 140 minuti di durata. Luccicante, pirotecnico, con inquadrature strettissime (i dettagli sugli occhi), ma anche segnato da traiettorie impazzite: la telefonata con le istruzioni per Black Venus, l’arrivo al quartier generale  per l’incontro con il leader dove gli viene prelevato il sangue prima e poi la sua vista diventa sfocata.

La sintesi artigianale ed esemplare del cinema di spionaggio. Che non cerca soluzioni rischiose, ma va dritto per la sua strada. Mette a fuoco le illusioni del capitalismo (i Rolex) ma c’è anche un intenso momento del passaggio di Black Venus con il funzionario Ri in mezzo la gente povera a Piongyang. E rimbalza spesso tra i due paesi. E la maschera del protagonista appare sempre sul punto di cadere. Inoltre, sembra allungare l’estensione dei luoghi, come l’Hotel Millennium di Pechino. Quasi un delirio visivo/sonoro, estremamente funzionale in un cinema teso e avvincente. Che culmina in una scena-chiave, esempio di come dovrebbero essere girate in una spy-story per il modo in cui gestisce alla perfezione i tempi, in cui Black Venus s’infiltra nella stanza d’albergo di Ri. E con un finale emozionante.

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