#Cannes2018 – Joueurs (Treat Me Like Fire), di Marie Monge

Parigi di notte. Dentro le forme più di un noir malato che del classico noir. Perché Marie Monge, classe 1987 e al primo lungometraggio dopo il corto Marseille la nuit sembra guardare il genere classico statunitense filtrato però attraverso le traiettorie e il respiro della metropoli francese.

Ella (Stacy Martin) lavora nel ristorante della propria famiglia. Ma dopo l’incontro con Abel  (Tahar Rahim) la sua vita cambia completamente. E inizia a scoprire la Parigi sotterranea dei tavoli da gioco e popolati da loschi individui. Dove la legge che prevale è quella del denaro

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Il dichiarato punto di riferimento appare I trafficanti della notte (1950). Dove ci sono delle analogie impressionanti. Lo sfruttamento e l’inganno di Abel richiamano quello di Harry Fabian nel film di Dassin. Inoltre la caduta di Tahar Rahim sembra guardare molto da vicino quella di Richard Widmark.

Joueurs (Treat Me Like Fire) è un film che procede a sprazzi e in cui si ha l’impressione che la cineasta abbia scelto un ostacolo un po’ troppo alto, soprattutto nel modo in cui entra e filma la tensione nelle bische. Al tempo stesso però c’è un interessante lavoro sui volti dei due protagonisti, già segnati dalla loro vita: le cicatrici su quello di Abel,gli occhi spenti di un’esplosiva Stacy Martin, vera rivelazione, in totale metamorfosi ma ancora arrabbiata e seducente come in Il mio Godard.

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È uno strano film Joueurs. Si perde e si ritrova proprio quando sembra essersi smarrito del tutto. Spreca momenti come quello nella comunità di recupero o ha dei vizi superflui di sceneggiatura come nella scena in cui Abel racconta Forrest Gump. Ma al tempo stesso è una corsa forsennata, un Bande à part senza sosta, con l’inseguimento in metropolitana che da solo già spinge l’adrenalina a mille. Il merito è proprio quello di essere senza freni, come nelle scene di sesso. Il limite è stato invece quello di aver avuto paura ogni volta che prendeva troppa velocità, per dei rimandi dove la cineasta voleva quasi mostrare la sua formazione: ha infatti studiato cinema alla Sorbonne. Non ce ne era bisogno.