#Cannes2018 – Le Livre d’Image. Incontro con Jean-Luc Godard

Il regista francese è apparso in conferenza stampa in videochiamata per presentare il suo film in concorso al festival

Mentre Cannes chiude le porte all’immagine su piccolo schermo, ecco apparire Jean Luc-Godard in conferenza stampa in videochiamata su un Iphone. Sembra difficile credere che il festival francese non avesse i mezzi per organizzare uno Skype su grande schermo, però l’idea di dover chiedere ai giornalisti di avvicinarsi religiosamente uno alla volta davanti ad uno smartphone avrà di certo fatto divertire il regista francese. All’età di 87 anni, un JLG con la tosse ed i capelli bianchi ha presentato l’ennesimo film della sua carriera in concorso al festival di Cannes: Le Livre d’Image, un montaggio tra immagini d’archivio, spezzoni del vivere quotidiano ed intermezzi di pensieri sparsi. Tra le domande di giornalisti balbettanti di fronte ad un pezzo di storia del cinema, il regista non ha rinunciato a qualche provocazione gratuita (segno che il suo cervello è ancora in grande forma), come quella riservata agli interpreti ormai assenti nella sua ultima filmografia (“Gli attori hanno contribuito a portare il totalitarismo all’interno dei film”), ai produttori francesi che non credevano in questo progetto ed allo stesso direttore di Cannes (“Ho visto più film io in quattro anni che Thierry Fremaux in tutta la sua carriera“), a chi gli ricorda di aver inserito una scena di Michael Bay nel suo film (“Io non me lo ricordo, mi dica cosa ha visto”) ed a quelli che chiama “Spielberg e compagni” accusati sostanzialmente di scrivere film equivalenti ad un’operazione di prima elementare.

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Sul progetto di Le Livre d’Image il discorso di fa però serio: “Io ho fatto solo un film. Sono interessato ai fatti, vista anche la mia età. La cosa interessante dei fatti non è tanto quello che sta accadendo, ma quello che non sta ancora accadendo e come le due cose possano essere connesse insieme. Si può anche parlare solo di quello che è accaduto, ma alla gente interessa di più l’altro aspetto.”. Per far questo il regista ha cercato di far coesistere nello stesso film diverse epoche, sfruttando quella che per lui è diventata la tecnica fondamentale del fare cinema, ovvero il montaggio: “Per mostrare passato e futuro il vero modo di girare è quello di montare, il montaggio è la vera regia. Filmare infatti non è altro che postproduzione, puoi pensare di più e più liberamente. Il montaggio era poi uno di quei mestieri che inizialmente si faceva usando le mani. E si può immaginare un solo giorno senza usare le mani? No, non si potrebbe fare niente. Il mio film è stato pensato all’inizio proprio per sottolineare l’importanza delle cinque dita e di come queste lavorando insieme formano una mano.”. Rimane ancora però il discorso del linguaggio, diventato ormai fondamentale già da quell’Addio al Linguaggio presentato quattro anni fa nella stessa cornice. Le parole non bastano, non basta neanche il suono come è solito pensarlo. Bisogna riformulare il modo di far dialogare le immagini, come ci ha tenuto a precisare: “Un discorso non è necessariamente un linguaggio. L’anima del progetto è stata quella di separare la musica dalle immagini. La prima non doveva essere un semplice accompagnamento della seconda, si doveva creare una vera e propria discussione tra di loro. Sono strettamente convinto che i fratelli Lumière quando girarono L’arrivo di un treno alla stazione avevano pensato proprio a questo. Il suono non dovrebbe mai essere troppo vicino alle immagini, così come una proiezione dovrebbe avvenire all’interno di un bar piuttosto che sullo schermo di una televisione, così da vedere il film come un film muto con il suono che proviene da differenti parti, da chi parla a voce più alta. In questo modo chi è seduto nel bar capirebbe improvvisamente che le immagini ed i suoni sono connessi tra di loro.”.

C’è chi però ha avuto il coraggio di fare la domanda più ardita: Jean-Luc Godard continuerà a fare cinema? Questa la sua risposta: “Sì assolutamente, anche se non dipende solamente da me. Dipende dalle mie gambe, dipende molto dalle mie mani e dipende un po’ anche dai miei occhi. Molte persone oggi hanno il coraggio di vivere, ma non più quello di immaginare. Io ho almeno il coraggio di immaginare la mia vita e questo mi rende possibile continuare e salire a bordo del treno della storia.”.

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