#Cannes2018 – Un couteau dans le coeur, di Yann Gonzalez

Yann Gonzales torna a Cannes dopo che il precedente lungo Les rencontres d’après minuit aveva fatto talmente parlare di sé alla Semaine del 2013 da finire poi dritto nella top 10 dei Cahiers di quell’anno: una manciata di cortometraggi di culto, passati tra i festival internazionali non solo a tematica LGBT (anche in Italia, tra il Milano Film Festival, Registi fuori dagli Sche(r)mi e il Sicilia Queer) fanno del regista classe 1977 uno degli sguardi francesi intorno al quale si è più costruita una certa attenzione e reputazione, al fianco di quel Bertrand Mandico qui in veste d’attore quasi come firma programmatica nel cast.
E l’aspetto più interessante di questo Un couteau dans le coeur è proprio che Gonzales sembra assolutamente conscio delle aspettative, tanto da azzardarsi già a prenderle in giro, a ribaltarle ridancianamente in un gioco metacinematografico esplicito e sfrenato, che – va detto – funziona a corrente alternata ma spesso con mano efficace nell’agganciare la complicità dello spettatore disposto a stare alla partita.
Che è, come raccontavamo, da subito a carte scoperte, talmente urlata nel meccanismo citazionista slasher applicato al canone del gay leather porn da sorprendere poi quando la bibbia di Dario Argento viene consultata non tanto più per le elaborate scene di omicidio o per i flashback onirici, quanto per un’immersione nella modalità più favolistica dell’armamentario argentiano, come per la straordinaria sezione del film ambientata tra la foresta, il cimitero e relative visitazioni.

L’intuizione più felice è l’immersione di questo accenno di giallo nel mondo della pornografia omosex parigina di fine anni ’70: la produttrice di film per adulti per soli uomini Vanessa Paradis deve vedersela con la fine di un amore nato (non a caso…) in saletta di montaggio e insieme tentare di fermare un serial killer che va decimandone il suo parco d’attori, e nel mentre reagisce provocando un po’ tutti con delle irriverenti parodie porno decisamente blasfeme che rievocano le uccisioni o addirittura svelano il passato dell’assassino.
E’ l’espediente architettato da Gonzales per imbastire da un lato una sorta di carnevale triste fatto di sequenze iperboliche di corteggiamento e scopate violente in costume a ridicolizzare impetuosamente i generi come un Bruce LaBruce dei più pop, e dall’altro aprire ad una riflessione sulla potenza di fuoco della pellicola, qui numerose volte ferita come le vittime del killer, accoltellata, graffiata, accartocciata e fatta girare su se stessa ma pur sempre in grado di serbare il segreto della verità – come se Gonzales stesse chiedendosi, non a caso partendo dalle pratiche basse dell’underground come faceva il Peter Strickland di Berberian Sound Studio: la pellicola sopravviverà?

Una domanda a cui, come spesso ci piace ripetere, sono proprio le trasformazioni interne all’industria del porno ad aver risposto per prime nel corso di questi anni: ma a Gonzales la teoria interessa fino ad un certo punto, qui è evidente soprattutto il gusto di imbastire una giravolta che ambisce a mantenere lo struggimento sentimentale del personaggio della protagonista e insieme il frullato stilistico fino all’esagerazione gore. Se non sempre ci si diverte poi così tanto al party di Gonzales, ci pensa la magnetica, argentea, magnificamente extraterrestre Vanessa Paradis a salvare le sorti della festa.