#Cannes2018 – Yomeddine, di A.B. Shawky

Nell’avventura di Beshay e Obama, che attraversano l’Egitto su qualsiasi mezzo di trasporto, dall’asino al treno merci al rimorchio di un camion, ritrovi un afflato che potrebbe rimandare la memoria dei festivalieri al Grigris di Mahamat-Saleh Haroun, visto sempre in Concorso qui a Cannes nel 2013, fatte le dovute constatazioni sulla differenza di peso tra il maestro del Chad e il giovane Shawky. In entrambi i casi, i registi decidono di appoggiarsi a canoni da cinema “popolare” per portare avanti il loro discorso sulle diversità e su certe chiusure sociali arcaiche, difficili da smuovere.
L’alterità subito evidente dei protagonisti è l’arma più efficace e diretta per un’operazione del genere, e se Haroun raccontava di un personaggio con una menomazione alle gambe, l’esordiente A.B. Shawky (con un passato trasversale tra corti, documentari e il ruolo di consulente per la lingua araba in The Looming Tower di Alex Gibney…) si focalizza sulle cicatrici di un uomo affetto da lebbra sin dall’infanzia, Beshay, e sul suo viaggio in compagnia del piccolo soprannominato “Obama” per reincontrare quel padre che lo abbandonò in una colonia per lebbrosi in mezzo al deserto da bambino, per poi non tornare mai più.

La diffidenza e il ribrezzo provocato dall’aspetto dell’uomo nella gente incontrata lungo il cammino lo porteranno a ricevere la solidarietà solo degli altri reietti, i mendicanti sciancati o disabili che vivono per strada, dopo aver urlato stremato “sono un essere umano!” di fronte all’ennesimo sopruso.
Come si può intuire dall’accenno ad una sequenza come questa, il mood di Shawky abbraccia con forza una ricerca spudorata delle emozioni e del trasporto dello spettatore che non ha remore a ricorrere ad istanti dal respiro “gonfio”, musiche ultracariche e l’intero apparato dell’on the road assolato tra le dune e i binari, con corredo di fuga tragicomica dal fermo dietro le sbarre. E’ vero che potrebbe trattarsi di una maniera precisa per costruire quella sorta di movimento spirituale delle immagini che troverà poi compimento nel rifugio finale dei nostri in Moschea (“benvenuto nel club”), ma allo stesso tempo il rischio è quello dell’appiattimento formale di un’opera che, con la straordinaria, ipnotica apertura sulla discarica nel deserto, sembrava ragionare per ambizioni meno consuete (e che restano poi fin troppo sottotraccia, come appunto la tensione religiosa tra cattolicesimo e Islam che anima l’intera quest).
In realtà, la chiave di lettura più esplicita si trova forse nella fotografia di Federico Cesca, d.o.p. dell’ultima tornata del cinema indipendente più trasversale, tra Patti Cake$ e il Sandler “demmiano” di The week of su Netflix: a guardare il suo taglio e i suoi colori, appare evidente il tentativo del film di perseguire questa corrente di occidentalizzazione dell’immaginario nomade in corso tra operazioni analoghe come il rinnovato successo di certo desert rock che ha reso la world music di nuovo cool, e che trova nello sguardo di A.B. Shawky davvero una specie di (probabilmente non troppo inconsapevole) corrispettivo per immagini.