#Cannes2019 – Bernardo Bertolucci: no end travelling, di Mario Sesti

Mario Sesti ci ha consegnato un ricordo molto personale del suo rapporto con Bernardo Bertolucci, Bernardo Bertolucci: no end travelling, è un documento precisamente contrappuntato da date ed eventi, fotografie e ricordi che mescolano la sua biografia personale con quella del regista di Novecento. Scomparso il 26 novembre 2018 dopo una lunga malattia, Bernardo Bertolucci ha rappresentato l’anello di congiunzione tra il cinema della nouvelle vague, con le sue spinte solidamente rivoluzionarie, legate soprattutto alle teorizzazioni godardiane di cui Bertolucci ha fatto tesoro e la nostra rivoluzione cinematografica rappresentata soprattutto, ma non solo dallo scandalo pasoliniano. Bernardo Bertolucci ha portato questa sua esperienza dentro i suoi film e, soprattutto quelli della sua prima produzione, hanno alimentato questa tradizione, filtrata da un contesto familiare che si è rivelato, alla lunga, adatto a questa contaminazione.
Bernardo Bertolucci: no end travelling fa parte di un progetto più ampio dal titolo Mestieri del cinema, un film che trae origine da una lunga e inedita intervista al regista che occupa, in forma di monologo, tutta la seconda parte del film e nella quale Sesti fa emergere con discrezione il passato e le esperienze registiche di Bertolucci, i rapporti con gli attori e più in generale con il mondo del cinema. Un ricordo che può farsi malinconia, ma che qui sa diventare leggerezza, in quella forma che tarsforma la memoria in materia ancora vivente affinchè non si disperda, ma resti affidata alla sia pur fuggevole contemporaneità. Sesti sembra volere riaffermare le sue intenzioni e Bertolucci gli offre l’occasione per mettere in scena il suo racconto e dare continuità all’idea precisa che caratterizza l’operazione. Al centro di questa narrazione introspettiva, si scorge chiara l’esigenza di Sesti di raccontare il proprio passato, la condivisione di percorsi e occasioni e tutto questo attraverso le parole, gli occhi e le immagini di Bertolucci.
Ma è Bertolucci a raccontare se stesso e lo fa con il narcisismo proprio degli autori, con quel vezzo quasi naturale che diventa marchio di fabbrica, che tradisce quel bisogno d’attenzione che un personaggio, di cui si intravede tutta la fragilità, sembra avere assoluta necessità. Da qui l’idea di raccontare queste memorie disordinate, ma se è possibile, così più vere, altro non sono i suoi racconti se non un ricco zibaldone di piccoli e grandi eventi, intervallati dai filmati dai back stage durante il lavoro sul set. È un omaggio postumo ed affettuoso ad un regista così anomalo nel panorama italiano, forse in alcune occasioni contraddittorio, come a volte incoerente può sembrare la sua filmografia, eppure capace di acuti notevoli, di film e sequenze coraggiose che in alcuni casi hanno scardinato i luoghi comuni di un benpensantismo dilagante. Dedito ad un cinema di grande respiro, Bertolucci è stato anche legato a produzioni tutto sommato minimali e quasi intime, a dare manifestazione di una poetica sempre difficile da decifrare, diviso come era tra un sogno rivoluzionario sempre inappagato e una dimensione più strettamente borghese dentro la quale cercava però un segno di distinzione. Sesti fa parlare a lungo Bertolucci e il suo racconto assume quel profilo quotidiano che sembra sottrarre alla narrazione ogni epica, per ricondurlo a quel giornaliero sovrapporsi di fatti, perfino comuni, che però determinano e formano la coscienza. Un racconto popolato da nomi importanti, Billy Wilder, Stanley Donen, Francis Ford Coppola, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, ma tutti personaggi e figure di un paesaggio più vasto, più articolato, più cinematografico. In questo racconto fluido e appassionante il suo cinema sembra diventare il mondo ideale nel quale vivere e lo testimoniano le fotografie personali e le parole appassionate del regista che da parte sua ha sempre vissuto intensamente le storie di amori passionali e a volte esiziali o le storie collettive che ha raccontato. Sesti mette in scena il suo rapporto, non solo intellettuale con un autore che sente evidentemente vicino, mostrandosi con lui nelle tappe successive di questo avvicinamento. Il suo film, oggi sul grande schermo di un grande festival, sembra volere ricollocare Bertolucci nel suo ambiente naturale, non solo per strapparlo da ogni oblio, ma per farlo tornare a casa, forse a bordo di quella locomotiva segnata dal rosso delle bandiere in quella sequenza girata per Novecento e non montata che il regista parmense ha regalato a Sesti per questo film, quella stessa locomotiva che segna l’inizio del cinema e che conserva una quasi connaturata anima rivoluzionaria che Bernardo Bertolucci ha amato e coltivato per tutta la sua vita.