#Cannes2019 – Chambre 212, di Christophe Honoré

Si inizia con un pedinamento per le strade di Parigi che sembra un’altra dichiarazione d’amore di Christophe Honoré a Chiara Mastroianni. È la stessa immagine con cui il film si chiuderà, con un fermo immagine di lei che cammina su un marciapiede dopo aver salutato Richard, il marito con cui è in crisi. Maria (Mastroianni) lo tradisce con ragazzi più giovani. Lui una sera lo scopre e si va alla resa dei conti. “Siamo sposati da 20 anni è impossibile rimanere sessualmente fedeli” dice lei. Lui è deluso, forse ancora innamorato. Si chiude in camera. Maria rimane a guardare fuori dalla finestra, poi improvvisamente si illumina. Abbandona la casa e prende una stanza nell’hotel di fronte. È la numero 212.

È la stanza della magia, dei ricordi, del tempo. Incontra Richard più giovane. “Eri innamorata di me quando avevo vent’anni”. Lui è bello e la desidera ancora. Poi arriva la maestra di musica di Richard, che ha lo stesso aspetto di quando lui se ne innamorò a 15 anni. Le coppie si incrociano e anche le età della vita. Il giovane Richard è con Maria, la pianista è con Richard adulto. In una sola notte ognuno prova a ridarsi una seconda possibilità con l’altro: l’attrazione sessuale per la giovinezza, la nascita di un figlio, la vita da single. E tutti incontrano il proprio alter-ego tranne Maria, che rimane magnificamente sospesa nelle sue contraddizioni e imprevedibilità, perfetta incarnazione del caos e della promiscuità che spesso anima il cinema di Honorè.

Il tono è quello leggero della commedia, il tema quello della crisi di coppiaLa struttura nell’unità di tempo e luogo (una strada di Parigi, due stanze, un bar, qualche flashback, ma sembra di stare sempre in un medesimo spazio-tempo onirico) potrebbe ricordare una pièce teatrale, ma l’immaginario è puramente cinematografico. Sembra di stare in un film di Woody Allen, condensato nel romanticismo essenziale di Lelouch. E ben presto dal cinema verità del pedinamento iniziale si passa all’artificio hollywoodiano del set. E lì si resta, respirando l’aria del melò e del musical, come in alcuni dei film migliori del regista e sceneggiatore francese (Les Chansons d’amour, Les Bien-aimés). Così in più di un’occasione la macchina da presa di Honoré si libra sospesa tra plongée e luci al neon. Sorvola il mondo e i destini dei personaggi – che entrano ed escono liberamente dalla narrazione e dall’inquadratura – con la precisione di un burattinaio affettuoso, come in un lungo piano sequenza mentale o un lento valzer sotto la neve.

Sotto la strada che unisce le due finestre e le tante possibilità della vita e dell’amore, vediamo un cinema che proietta tutti film di epoche diverse. L’antidoto di Honoré è composto di cinefilia espansa, come la natura dei sentimenti e dei generi che non possono essere fissi, ma cambiano, si evolvono, contaminano.