#Cannes2019 – Chicuarotes, di Gael Garcia Bernal

In un autobus tra le strade sgangherate di una qualsiasi città del Messico, due ragazzi truccati come pagliacci cercano di improvvisare un piccolo numero comico, con giochi di parole e battute scontate. Lo spettacolo da due soldi, come è prevedibile non ha molto successo e il pubblico del mezzo pubblico risponde con indifferenza. Nessuno, infatti, accoglie le sollecitazioni dei due chicos per un aiuto economico alla loro attività teatrale, al loro tentativo di tenersi lontani dalla delinquenza. Di fronte al rifiuto di tutti gli spettatori occasionali i due non perdono tempo a cambiare idea e inscenano immediatamente un altro show, una rapina mano armata. Soddisfatti ora della giusta ricompensa i due aspiranti joker si buttano tra i vicoli di una periferia, tornando nello squallore che sono costretti a chiamare Casa.

L’Assurdo che muta nell’implacabile Realtà, il Comico che vira in un secondo in Tragedia. Sono questi gli estremi che i protagonisti del piccolo Chicuarotes, si trovano costantemente a vivere. Come particelle impazzite, questi ragazzi affamati, si muovono senza sosta tra questi poli estremi. In queste corse folli non c’è mai pace. Ed è propio, nelle risate e nelle angosce, questo fiatone continuo a creare una tensione schizofrenica e snervante, un vortice di emozioni che non lascia mai fermi.

A 12 anni dal suo esordio dietro la macchina da presa, Gael García Bernal torna al Festival di Cannes per raccontare una piccola storia messicana. Il regista-attore, non a caso uno dei protagonisti di Amores Perros, guarda alle influenze del primo Iñárritu e della sua collaborazione con Arriaga per confezionare il suo periferia movie. Proprio il regista di Birdman è evocato, mai scimmiottato, da Bernal che nei suoi confronti dimostra un duplice legame. Se da un lato è evidente il desiderio del regista di omaggiare in qualche modo una parte fondamentale della sua frenetica carriera, dall’altro l’adesione a quel determinato sguardo cinematografico, orgoglioso di essere messicano ma attento all’afflato internazionale, indica una chiara scelta di campo.

Bernal, al di là di qualche ingenuità e di una sceneggiatura che si accomoda sulla propria (im)prevedibilità sociale, ha l’intelligenza di non rincorrere un’autorialità indipendente stonata, quella che spesso diventa futile manierismo. Il regista, invece, cerca una confezione esportabile, forse troppo pulita, ma sicuramente accattivante e non banalmente provocatoria. Oltre alla superficie l’autore rimane attaccato ai suoi giovani protagonisti, convinto di dover raccontare, prima di tutto, la loro storia. In questa periferia che fa loro da sfondo, sordida ma ecumenica, simbolo di tante altre, la ricerca del colpo per svoltare, della trovata per poter scappare, immaginare un futuro diventa la battaglia quotidiana. Tra padri violenti, piccoli amori contrastati, boss locali minacciosi, i chicos sono incastrati in una bipolarità che più della statica apatia della provincia, tanto cara al cinema italiano, diventa claustrofobica e letale. Essendo stato uno di loro, Gael García Bernal sa bene che i suoi ragazzi di Chicuarotes, con la loro rabbia stupida, sono cinetici motori destinati a schiantarsi. Ed è questa l’unica cosa che vale la pena mostrare.

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