#Cannes2019 – Dolor y gloria, di Pedro Almodóvar

Come è diventato il cinema di Pedro Almodóvar? Forse Dolor y gloria è la sua confessione di come sia oggi. Quasi una radiografia dello stesso cineasta spagnolo. Tra crisi creativa e malattie. Prima gli spostamenti. Con il capitolo ‘geografia’. Pioi l’incapacità e la mancanza di voglia di muoversi. Neanche per presentare un suo vecchio film. Forse il suo 8 e 1/2. Con Banderas al posto di Mastroianni. In un film che fa i conti con il passato e con se stesso. Segnato anche dai suoi attori che lo hanno attraversato nel corso degli anni.  Penélope Cruz soprattutto. Ma anche Cecilia Roth.

Dolor y gloria oppure ‘tutto su Almodóvar’. Attraverso la figura di Salvador Mallo, un regista ormai in declino. Che ripercorre nostalgicamente il suo passato. A partire dagli anni ’60 quando si era trasferito in un villaggio nella regione con i suoi genitori nella regione di Valencia. E tornano a galla i primi desideri, il primo amore nella Madrid degli anni ’80. La precoce scoperta del cinema e l’incapacità di continuare a girare.

Non più il museo di Gli abbracci spezzati. Ma soprattutto il cinema come effetto catartico. El premier deseo. Come la scrittura di Salvador che ricomincia. Con confessioni a cuore aperto: “Il cinema è un lavoro molto fisico e io non sono in condizione”. Oppure, a proposito del grande successo del protagonista che viene riproposto. “La pellicola è sempre la stessa. È il tuo sguardo che è cambiato”. Il titolo è Sabor. Girato 32 anni prima. Dietro il quale forse si nasconde La legge del desiderio. Che potrebbe essere l’anello iniziale di una trilogia sulla memoria e il tempo che poi prosegue con La mala educación e si conclude proprio con Dolor y gloria.

Almodóvar trova in Banderas il suo doppio. Con i capelli simili e le camicie sgardianti. Della frenetica Madrid d’inizio anni ’80 restano solo le tracce di un amore che ha lasciato il segno. Così come della sua infanzia. L’acqua all’inizio dove Salvador è completamente immerso. O quella del fiume. O quella in cui vede il ragazzo nudo che va a fare i lavori a casa sua che si lava. E passano ancora le tracce di vecche passioni. Marilyn Monroe. Elia Kazan con il frammento di Splendore dell’erba. E poi Mina. Con la canzone Come sinfonia.

Dolor y gloria. Quasi un thriller su se stesso. Che rappresenta per Almodóvar quello che è stato Arirang per Kim Ki-duk. Inutile paragonarlo con il passato con il regista. Quel cinema forse non tornerà più. E neanche con il presente. Nella nuova fase più leggera con Gli amanti passeggeri o il fiammante viaggio del genere dell’ottimo, precedente, Julieta. L’autoconfessione non lascia indifferenti. Ma c’è poi il filtro, non tanto di una scrittura, ma mentale, che rielabora tutto il passato. La testa di Guido Anselmi con Fellini o del regista Ferrand in Effetto notte mettono a nudo soprattutto quella paura, quel terrore del set che invece in Dolor y gloria viene esibito nella costruzione di ogni scena. E senza spolierare nulla, il finale appare ancora una forzatura di un cinema che non può fare a meno di rivelarsi. Con ricordi e passioni sempre troppo nitide. Forse le immagini del passato. Più fiammeggianti di quelle del presente. E dove i desideri (anche i primi) appaiono sempre meno accessibili.

 

Titolo originale: id.
Regia: Pedro Almodóvar
Interpreti: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandía, Cecilia Roth, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 113′
Origine: Spagna 2019