#Cannes2019 – Jeanne, di Bruno Dumont

Forse più costruito e meno audace del precedente Jeannette. Ma a Dumont non interessa il Mito ma crea quasi una poesia rock. Con la stupefacente prova di Lise Leplat Prudhomme. Un certain regard

Dal musical electro pop-rock all’azione psicologica. Come in Jeannette, prima parte del dittico su Giovanna D’Arco di Bruno Dumont proseguito proprio con Jeanne, c’è sempre la pièce di Charles Peguy. Se l’altro film mostrava l’infanzia della protagonista, questo invece inizia dal 1429, mentre sta imperversando la Guerra dei Cent’anni tra francesi e inglesi e arriva alla morte della “pulzella d’Orléans” il 30 maggio 1431.

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Sempre la terra e il cielo. Rispetto al precedente, molto più dialogato. Forse più costruito e meno audace del precedente. Ma la prima parte, quella ambientata all’aperto, appare ancora sovrannaturale. Che contrasta intenzionalmente con la chiusura della chiesa dove avviene il processo. Quasi un cinema da camera dove l’opera di Dumont riesce a creare comunque vibranti spazi mentali. Jeanne alza gli occhi e guarda il cielo. Come in un momento fulminante. Nell’attesa dell’eroina. Ferma nell’esecuzione intera di una canzone. E in dissolvenza leggera scorre le battaglia. Quella a Parigi dove subirà la prima sconfitta e sarà imprigionata prima della morte. La musica di Christophe è extradiegetica. Ma Jeanne sembra avvertirla. Come le voci mistiche. E anche Jeanne mantiene una musicalità che sembra proprio la traccia determinante della scrittura. Di Dumont ma anche di Peguy. Qualcosa che trascende l’impianto dichiaratamente teatrale. E forse stavolta, ancora più di Jeannette, diventa decisiva la protagonista, Lise Leplat Prudhomme. Ormai due anni più grande. E la sua sfrontatezza e immediatezza sembrano spaccare lo schermo. Perché stavolta il suo volto è quasi rosselliniano. Dove la parola e il pensiero diventano una cosa unica. Si vede nella scena del processo. La forza con cui controbatte all’accusa di eresia diventa simile a quella di un ougile che copre tutti i colpi. Ed entrano in campo anche tutte le deformità del cinema di Dumont. Nella scena del processo. Quasi le reincarnazioni dei corpi da L’età inquieta a Flandres.

Ci sono gli stacchi temporali. Circa due anni. Ma a questo punto è quasi difficile separarlo dall’opera precedente. Forse era concepito come una serie. Dove Dumont sta ottenendo egregi risultati. Sia con Ma Loute ma anche con la recente Coincoin et les z’inhumains. In un cinema che rifugge dal mito. Dove le prigioni del finale – rispetto alla lettura di Rivette – sono ancora un possibile tentativo di fuga. Anche mentale. C’è la luce dalla porta. Prima della condanna. A Dumont il Mito non interessa. Jeanne incarna insieme la superstizione e la venerazione che creano una nuova poesia rock. Dove il tempo anagrafico può anche fermarsi per sempre. Del resto Giovanna d’Arco al cinema può avere qualsiasi età. Quella di Dumont ne ha 11, di Dreyer (Renée Falconetti) 36, di Rossellini (Ingrid Bergman) 39, di Besson (Milla Jovovich) 24, di Rivette (Sandrine Bonnaire) 27. Quella reale era morta a 19 anni. E in Jeanne, più che una rappresentazione, è soprattutto una visione.

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