#Cannes2019 – La Gomera (The Whistlers), di Corneliu Porumboiu

Nell’isola di La Gomera, neIl’arcipelago delle Canarie, esiste un linguaggio particolare, tutto fischiato, il silbo, tradizionalmente usato dai pastori per comunicare tra loro anche a grandissima distanza. Una vera e proprio lingua che adotta il suo sistema di vocali, consanti, fonemi e che richiede, tra l’altro, una particolare perizia tecnica, un addestramento all’uso delle mani, della lingua, delle labbra, della respirazione. I suoni devono essere precisi, netti, più o meno prolungati, devono poter dire ed essere intesi, devono poter essere tradotti. Ma si tratta, comunque, di una lingua usata da pochi, sconosciuta persino a generazioni intere di La Gomera. E se venisse utilizzata come un codice segreto? Ecco l’intuizione di Porumboiu, che di curiosità, di cose assurde e pieghe impreviste se ne intende. Scopre il silbo gomero in un documentario televisivo e comincia a immaginare una storia a partire da quei fischi, un affare di malavita, di traffici di droga, di poliziotti doppiogiochisti e corrotti, di boss senza scrupoli e meravigliose donne fatali. Insomma un noir, richiamato in causa già dal nome della bellissima protagonista, Gilda, oggetto del desiderio (poco espresso) del detective Cristi, e dalla struttura a flashback e capitoli del racconto. O magari ci muoviamo in direzione di un thriller ad alto tasso emotivo, tra svolte non previste, scontri a fuoco, depisataggi e colpi di scena.

Fatto sta che Porumboiu costruisce una cristallina struttura di genere che funziona già alla perfezione come puro “intrattenimento”, qualunque cosa voglia dire questa parola. A riprova della sua straordinaria capacità di attraversare le pratiche e le forme del cinema, dal piccolo al grande: il documentario (Infinite Football), le modalità più povere, geniali e corsare (The Second Game), il “realismo” che scivola sul piano inclinato del fantastico, fino a questo film che mette in gioco apertamente la gioia e le possibilità della narrazione e l’amore per il cinema. Al punto che qui Proumboiu dichiara tutta la sua passione nella teoria sorprendente dei rimandi: dalle scene di Sentieri selvaggi con i fischi degli indiani, recuperate in una proiezione alla cinemateca di Bucarest, alla citazione ironica di Psyco. Per non parlare della puntuale orchestrazione delle musiche, che creano una specie di sottotraccia, un controcanto della storia: l’incipit con Passenger di Iggy Pop, i brani d’opera che dialogano in segreto con gli eventi, da Mozart alla Casta Diva della Norma, sino allo straordinario finale ai Gardens Bay di Singapore, con il trionfo della Marcia di Radetzky di Strauss. Una serie ininterrotta di segni e di suggestioni, dunque. E a tenere insieme tutto c’è sempre il sorriso beffardo di Porumboiu, quella sua inclinazione naturale alla rivoluzione del divertimento, cioè della diversione. Un divertimento quasi invisibile, mascherato dietro i volti impassibili e le reazioni rallentate dei suoi protagonisti, da quell’apparente grigiore da cortina di ferro. Eppure un divertimento puro, incontenibile, in grado di scoprire, come sempre, quel senso dell’assurdo che si nasconde tra le pieghe del quotidiano. E in grado di liberare le immagini e i percorsi dai sentieri già tracciati, dalle griglie delle strutture, dei codici, dei meccanismi di potere, narrativi, politici, intellettuali, criminali… Qualsiasi cosa.

In fondo, la grande ossessione di La Gomera è per le strategie del controllo, per il “regime” delle videocamere di sorveglianza, delle microspie, delle intercettazioni telefoniche. Sempre più grandi gli occhi e le orecchie: siamo tutti osservati e ascoltati, costantentemente mappati. Ma, soprattutto, siamo costretti ad adeguarci alla burocrazia del linguaggio, alla dittatura dei codici e delle norme, dell’intelligente e dell’intellegibile, stretti tra le linee di comunicazione, tra le immagini e le parole che devono adattarsi a un senso e incanalarsi in una funzione. Porumboiu è questo che fa da sempre, scopre, scoperchia, deforma, torce, ricompone e reinventa. Il suo è cinema in torsione e di evasione, ma di una scioltezza incredibile. Basta un fischio, per inventare altre storie.