#Cannes2019 – Le jeune Ahmed, di Luc e Jean-Pierre Dardenne

I personaggi che Luc e Jean-Pierre Dardenne raccontano sono sempre instancabili, ossessivi, ostinati. Sono pure forze in atto. E si spostano per uno scopo. Se per Rosetta il fine ultimo è ottenere un lavoro e per la Sandra di Due giorni, una notte è quello di riprendenderselo il lavoro, per Ahmed diventa iniziare una Jihad a modo suo. Ai fratelli Dardenne interessa filmare personaggi che compiono azioni e fanno delle scelte, giuste o sbagliate che siano. Qui si cimentano con un quindicenne chiuso nel suo mondo. Cammina a testa bassa e non ascolta mai nessuno. Lo segue la macchina da presa mentre corre, litiga con la famiglia, sale e scende la scale, oppure si inginocchia a pregare. Cinema del pedinamento ancora una volta. Cinema morale. Eppure se lo stile Dardenne lo conosciamo da anni e lo prevediamo, nel caso di quest’ultimo Le jeune Ahmed incontriamo e subiamo uno spiazzamento. Primo elemento interessante: qui rispetto al passato si tratta di filmare un carattere antropologico e culturale differente. Ahmed è un personaggio con cui è difficile entrare in contatto perché ci odia. Le sue scelte sono sempre le peggiori: non stringe la mano alla sua insegnante, rigetta i consigli della madre, idealizza l’ambigua figura dell’imam, mente agli assistenti in riformatorio, tenta di uccidere la sua insegnante… una, due, tre volte.

Stavolta la lotta operaia e lo sguardo sulle resistenze al capitalismo non c’entrano. Si affrontano i temi della strumentalizzazione religiosa e dell’islamismo radicale attraverso una figura tanto monodimensionale quanto vera. Non è un film a tesi e nemmeno islamofobo. Ahmed è circondato da musulmani che lo spingono a riflettere sulle sue azioni e sulla possibilità di cercare la possibilità di un dialogo e un’apertura verso la tolleranza e il mondo esterno. E’ lui a non intercettare questo volume emotivo, il calore della sua famiglia e le possibilità della vita. Oltre alle debolezze del Sistema, c’è la responsabilità individuale nel cinema dei Dardenne, che da questo punto di vista qui sembrano riprendere un discorso già affrontato in La ragazza senza nome.

Altra mossa coraggiosa dei cineasti belgi: abbozzare un racconto di formazione statico, in cui l’evoluzione (e la crescita) del personaggio viene continuamente rimandata a un dopo che non arriva mai, se non in un finale punitivo e liberatorio insieme, quasi pasoliniano. Riuscito o meno l’epilogo è una delle pagine più ieratiche all’interno di un cinema laico come quello dardenniano.  Del resto è davvero un personaggio tragico Ahmed, giovane che si nega l’educazione sentimentale – la storiella con l’amica di cui si sta innamorando e che rifiuta perché lei prima deve convertirsi – sovvertendo le regole del coming of age, autoriale e non. Ahmed rifiuta la giovinezza, sua e della tradizione letteraria e cinematografica a cui la sua storia a un certo punto potrebbe appartenere. Un personaggio che i Dardenne forse non capiscono fino in fondo ma che comunque provano a raccontare. Un film molto cupo, problematico, ma “pulito” e dannatamente dentro al nostro tempo.

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