#Cannes2019 – Les misérables, di Ladj Ly

La haine. Quasi 24 anni dopo. Dal bianco e nero di Kassovitz alle luci stordenti di Les misérables, imponente esordio nel lungometraggio di Ladj Ly. Che amplia il suo ottimo corto del 2017. E il quartiere di Cherbourg è lo stesso del romanzo di Victor Hugo. Con una citazione del celebre romanzo nel finale. Quasi un labirinto, uno spazio senza uscita. Dove Stéphane, appena arrivato, entra a far parte della Brigata Anti-Criminalità di Montfermeil nella banlieu 93, composta già dagli esperti compagni di pattuglia Chris e Gwada. Non ha neanche il tempo di ambientarsi e viene subito sommerso nelle tensioni del quartiere. Quando Gwada colpisce accidentalmente un bambino, l’inferno è alle porte.

Niente montaggio videoclip o rap a palla. Ladj Ly gira ogni scena come un conflitto. Dove nel prologo fa immergere progressivamente nella vita del quartiere. C’è il boss del quartiere chiamato ‘il Sindaco’ e i ragazzini, gli zingari e i fratelli musulmani per finire alle liceali. Sulla strada ogni incrocio può trasformarsi in una guerra. Ma tutte le prospettive del quartiere sono in alto. Attraverso un ragazzino che muove un drone. Che diventerà decisivo. L’altro occhio. Quello aereo di Ladj Ly. Che vede tutto. E rivela quelle immagini che ha visto solo lo spettatore. O altre nascoste.

Les misérables è una bomba. È Training Day che fa a pugni con il cinema di Olivier Marchal. Con l’essenza dello sguardo documentaristico del cineasta – evidente in alcuni suoi precedenti lavori come 365 jours à Clichy-Montfermeil, 365 jours à Mali e À voix haute (codiretto con Stéphane De Freitas) – che qui diventa infuocato ma che incrocia le tracce di un polar post-moderno. Con un’apertura travolgente. Che ti tira lì dentro senza preavviso. Con il gruppo di tifosi, tra cui il ragazzino Issa che diventerà un personaggio fondamentale, che vanno a vedere la finale dei Campionati del mondo di calcio alla Tour Eiffel. La Marsigliese. Mbappé. Fumo in faccia e il rumore di un coltello che sta per tagliare il kebab. E poi il doppio punto di vista. Dal basso. Dall’alto. Un bombardamento sonoro prima della tregua. Il ritorno a casa. Le bambine che non obbediscono. Il pianto con la madre. L’incontro in un pub. La fuga di un piccolo leone dal circo che mette in gioco tutto un regolamento di conti. E lo sguardo dell’agente Stéphane che cerca la distanza ma non la trova.

Un cinema tutto impeto e assalto. Che richiama, nel mancato controllo della parola, quello di Stéphane Brizé. En guerre. In prima linea. Che non risparmia colpi. Comne nella scena in cui gli zingari vogliono spaventare Issa mettendolo nella gabbia del leone grande. Che forse si poteva concludere con la fine del giorno. Ma l’ultima guerra può essere un’improvvisa emanazione horror.