#Cannes2019 – Once Upon a Time in… Hollywood, di Quentin Tarantino

“Mi sembra che tu sia l’unico regista vivente a dirigere automaticamente dei film mettendo al centro il cinema… tu tratti il cinema come un universo separato che però rappresenta il mondo intero. In un certo senso tu parli cinema ed è una cosa molto misteriosa”.

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Con il suo solito acume visionario Enrico Ghezzi iniziava così una lunga intervista a Quentin Tarantino trasmessa qualche anno fa su Fuori orario. Ed è proprio da quel “tu parli cinema” che bisognerebbe ripartire per ogni discorso (inevitabilmente preliminare) su questo Once upon a time in… Hollywood. Un film che, sin dal titolo, parla di “tutto il mondo” del regista americano: dalle strade di Hollywood come referente per una condizione emotiva costruita ostinatamente su mura di celluloide, al C’era una volta dei riattraversamenti leoniani dei generi classici da parte di un eterno spettatore fanciullo e affabulato. Ma questo è anche un film che si innesta in una precisa fase della carriera di Tarantino, quella della riscrittura personale della storia americana, dagli echi della Guerra Civile a quelli della Seconda guerra mondiale, insomma i due referenti storici e sociali che (in)direttamente hanno condizionato gran parte della cultura popolare dagli anni ’40 in poi. E si riparte qui dal fatidico 1969, quindi, l’anno della summer of love e di Woodstock, di Easy Rider e della definitiva esplosione della New Hollywood, ma anche dell’intensificazione della guerra in Vietnam e dell’omicidio di Sharon Tate percepiti come traumi collettivi. Tutte suggestioni che il film tiene miracolosamente insieme in un magma indistinto di input che avvertiamo come un caotico rumore di fondo tra canzoni, radiogiornali, jingle, sigle tv, ecc.. Si va dal febbraio all’agosto del 1969: quindi dall’incontro decisivo dell’attore in crisi Rick Dalton/Leonardo Di Caprio con il suo agente demiurgo Marvin Schwartz – un Al Pacino che “scrive” ogni tappa del film nella sua straordinaria apparizione iniziale –, al terribile massacro nella villa di Bel Air ad opera della Manson Family – con il fantasma di Charles Manson che si muove sempre in profondità di campo.

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E nel mezzo che succede? Beh questo è probabilmente il film definitivo sulla perdita di tempo nel cinema (di Tarantino). Un tempo fatto solo di attraversamenti di Los Angeles a bordo di auto d’epoca, poster e gigantografie di film che ci guidano come segnali stradali, feste esclusive di Playboy in coloratissime ville pop, giradischi da azionare ossessivamente e fugaci apparizioni di star (come Bruce Lee o Steve McQueen) che hanno ancora il potere di raccontare le storie. E infine di movie theater e drive-in in cui far esplodere un feticistico piacere (tec)nostalgico: dai proiettori in azione ai vari metraggi delle pellicole, dal formato 4:3 al CinemaScope, insomma tutto l’armamentario cinefilo calato in un mondo che ammicca già alla telefilia come nuovo orizzonte del pop. Fermiamoci qui, sarebbe veramente impossibile (e anche poco utile) elencare tutte le suggestioni visive di un film letteralmente costruito dai graffiti del passato. Un film di puri pretesti e paratesti e quindi di pura atmosfera: nel 2019 Tarantino costruisce una pulp fiction espansa che non ha più bisogno di essere imposta al nostro sguardo con la potenza di quel porteriano sparo in macchina del 1994, ma che si avverte ormai “automaticamente” come naturale modalità dello sguardo. Una dinamica playlist del nostro immaginario che Tarantino stesso ha in qualche modo istituito come unico linguaggio conosciuto per comunicare nel XXI secolo.

Da questo punto di vista l’incipit del film è centrale: il trailer della serie western Bounty Law con Rick Dalton protagonista, seguito da un backstage della stessa serie dove ci vengono introdotti Rick e Cliff Booth, il protagonista che eccede un po’ troppo nell’alcool (un Di Caprio malinconico e sopra le righe in versione scorsesiana) e il suo amico stuntman che lo protegge sul set e non solo (straordinario il ghigno consapevole di Brad Pitt che anticipa costantemente ogni evento perché “sa” palesemente tutto). Quindi un ironico raddoppio autoriflessivo che ci presenta i due personaggi principali di Once Upon a Time in… Hollywood e nel contempo ci fa interpretare l’intero film come l’enorme backstage del cinema di Tarantino. Insomma quel “c’era una volta” non può essere riferito soltanto alla memoria del cinema classico, alle star irraggiungibili o al cruciale 1969 come anno limite del sistema industriale delle Major, ma va esteso anche e soprattutto a questi ultimi venticinque anni: un quarto di secolo di immaginario popolare che Tarantino ha contribuito a scrivere come nessun altro e del quale questo film sembra una summa personalissima, un punto d’arrivo e un rilancio nel contempo.

Come? Rick Dalton va ad abitare a Bel Air perché vuole dare uno scossone alla sua carriera e tentare la scalata verso il cinema di serie A. La sua villa confina con quella di Roman Polanski e Sharon Tate: la prima visione della coppia più chiacchierata di Hollywood è pertanto un’epifania per Rick, il Cinema visto da una star della serie B televisiva. Evidentemente l’ambiente perfetto per Tarantino che teorizza da sempre questa coalescenza delle serie A, B…Z, come allegre dirimpettaie della sua “casa”. Il film è sostanzialmente il pedinamento di queste tracce: Sharon Tate/Margot Robbie entra in sala a vedere The Wrecking Crew di Phil Karlson, quindi a rivedersi per sentire le reazioni del pubblico, interfacciando la vera Tate che recita in quel film del 1968 con l’attrice che la interpreta nel 2019. Ma nel tempo di quella visione (il tempo di un film in sala) Tarantino monta la lunghissima sessione del set western in cui Rick fa “il cattivo” rapendo la figlia di un potente boss. Una sequenza infinita che ci immerge nei saloon assediati alla Howard Hawks con umori che ricordano Il sentiero della violenza dello stesso Karlson. Certo, ma la domanda qui è un’altra: dove e quando siamo? Non pìù sul set perché la lunga sequenza è montata con tanto di raccordi e colonna sonora, ma neanche in sala perché c’è un regista che infine chiama lo “stop”. E allora non possiamo che trovarci in quella terra di mezzo, in quel modo di parlare il mondo attraverso il cinema che mai come in questo caso Tarantino dispiega con chirurgica consapevolezza passando naturalmente dal western di Hawks all’horror di Tobe Hooper, dal poliziottesco italiano alla Nouvelle vague francese, per poi esplodere infine nello slasher movie. Questo viaggio nei generi non è affatto casuale e denota una lucida interfaccia con la società americana dell’epoca: il racconto epico del western (il mito di fondazione) è messo in pericolo dal new horror (l’ex set cinematografico dello Spahn Ranch, sede della Manson Family, visitato da Cliff con sguardi raggelanti che lo accerchiano) e può ritrovare un “racconto” solo in nuove forme di messa in scena che contaminino il linguaggio classico (la New Hollywood anni ’70 configurerà proprio il momento di fusione tra i generi hollywoodiani e le vague europee come reazione alla crisi economica dello studio system).

Ed eccoci al punto: il massacro di Bel Air dell’8 agosto 1969 è stata una ferita immaginaria che ha cambiato la società americana, Hollywood e i sogni di tutti i Rick Dalton del mondo. E allora Tarantino ci presenta la sua versione in un film di pure superfici, certo, in cui incontrarci però da qualche parte come eterni spettatori di noi stessi (e come questi personaggi fanno continuamente, ecco la straordinaria carica contemporanea del film!). Magari solo per sentirci dire da una bambina di 8 anni: “è stata la scena meglio recitata che abbia mai visto in tutta la mia vita“, proprio nel momento più intimo di commozione e nell’istante più vero che possiamo donare al prossimo. Quindi cogliendo paradossali attimi di purezza nel riciclo di ogni testo. Insomma: al di là di ogni discorso teorico, cinefilo o nostalgico, Once Upon a Time in… Hollywood porta semplicemente a compimento la concezione tarantiniana del cinema come regno fanciullo di pure utopie. Un universo alternativo dove cambiare i destini, le storie e la Storia solo per fondare nel west dell’immaginario popolare una nuova sweetwater che schiuda il cancello dei nostri sogni. Fosse solo nel tempo inutile e sublime di quel fiabesco c’era una volta