#Cannes2019 – Portrait de la jeune fille en feu, di Céline Sciamma

Uno sguardo al femminile con una leziosità che fino a questo momento non aveva mai attraversato l’opera della cineasta. Un film in costume dove prevale una compiaciuta tecnica. Concorso

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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La donna del ritratto. Nel quarto lungometraggio e primo film in costume per Céline Sciamma. Quasi un’immagine scomparsa e da ricreare. Come Fritz Lang. Con apparizioni improvvise. Un sogno, una premonizione. Adèle Haenel vestita di bianco. Qui alla seconda collaborazione con la cineasta dopo Naissance des pieuvres. E interpreta Héloïse una donna a cui una pittrice deve fare un ritratto senza che lei lo sappia. Deve osservarla e poi dipingerla di nascosto. Poi si incontrano e diventano, giorno dopo giorno, sempre più complici. Prima del suoi imminente matrimonio.

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Ancora uno sguardo al femminile della cineasta. Una storia d’amore che si incrocia con lo sguardo sulle pittrici del 18° secolo. Dove l’acqua della piscina del primo lungometraggio della regista diventa parzialmente quella del mare di Portrait de la jeune fille en feu. Dove Marianne, interpretata da Noémie Merlant, cade in acqua. Quasi la reincarnazione di Ada (Holly Hunter) di Lezioni di piano. Dove dalla Campion ha preso un vizio che fino ad ora non aveva mai attraversato la sua filmografia: quello di fare un cinema lezioso. Proprio tutto il contrario del suo travolgente Diamante nero. E l’esplorazione del sentimento appare sempre trattenuto. Con giochi insistiti di sguardi prima della rivelazione. In un cinema dove prevale sempre il gesto tecnico. La recitazione giusta. “Guardate la posizione delle mie braccia e delle mani” dice Marianne all’inizio. L’inquadratura riproduce il dipinto. O viceversa. In un cinema stavolta studiatissimo nel dettaglio. Quasi pittorico. Alla ricerca della fonte di luce giusta.

Compiaciuto in un formalismo fino a questo momento estraneo. Che qui appare totalmente incapace di uscire dalla gabbia che si è costruito. Che si libera soltanto in due momenti. Il primo incontro tra Marianne ed Héloïse quando quest’ultima sta correndo e sembra volersi gettare dal precipizio. E poi la notte nel bosco. Con le donne attorno che cantano. Ma manca l’impeto che, recentemente, hanno avuto la Donzelli in Marguerite & Julien e soprattutto Brizé in Une vie.

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Il cinema della Sciamma indugia sul tempo che resta. Bloccato soprattutto nei dialoghi tra la pittrice e la madre di Héloïse dove Valeria Golino sembra creare un prologo ideale prima che la storia prenda forma. Alla ricerca della recitazione impeccabile. Come il pianto della Haenel. Quasi il rimpianto di una passione che lascia solo flebili segni.

 

 

 

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